Il 30 gennaio scorso, il Movimento 5 stelle ha presentato la denuncia per la messa in stato d’accusa del Presidente della Repubblica per attentato alla Costituzione repubblicana.
Com’è noto, nel nostro ordinamento il Presidente  non è giuridicamente responsabile per gli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, salvo che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione. Sennonché, la Costituzione non definisce questi due reati, ma li nomina soltanto, lasciandoli per il resto del tutto indeterminati. Ciò non senza ragione, per la verità, giacché i Costituenti volevano fare riferimento non a qualsiasi violazione di norme costituzionali, ma piuttosto a comportamenti dolosi del capo dello Stato che possano mettere in pericolo l’unità e la continuità dell’ordinamento repubblicano, così come disegnato dalla Costituzione approvata nel 1947. Si tratta, dunque, di violazioni particolarmente gravi e drammatiche, secondo l’unanime dottrina costituzionalistica.
Niente di tutto ciò, com’è evidente, si rinviene nel j’accuse del Movimento 5 stelle, che è assolutamente strumentale dal punto di vista politico e vuoto di contenuti concreti dal punto di vista giuridico.
Anzitutto, si lamenta l’espropriazione della funzione legislativa del Parlamento e l’abuso della decretazione d’urgenza che il Presidente Napolitano avrebbe favorito.
Eppure, l’abuso della decretazione d’urgenza non è una novità, nella prassi. Anzi, la reiterazione dello stesso decreto-legge alla sua scadenza (il provvedimento decade dopo 60 giorni dall’emanazione se non è convertito dal Parlamento) ha visto in passato la creazione di “catene” che duravano anche un anno e mezzo, tanto da indurre la Corte costituzionale, con la sentenza n. 360 del 2006, a dichiarare del tutto illegittima la pratica della reiterazione. Per quanto riguarda la decretazione d’urgenza come strumento legislativo ordinario, quindi, ci sono state fasi storiche analoghe o peggiori rispetto a quella attuale.
Per altro verso, va rilevato che il Presidente della Repubblica ha una funzione di garanzia, non una funzione attiva di governo. Se l’Esecutivo ritiene urgente intervenire, il “giudice” di questa urgenza, dal punto di vista della politica costituzionale, è l’Esecutivo stesso e il capo dello Stato non può opporsi. Si ricordi che la Costituzione prevede che sia il Governo ad adottare i decreti-legge, “sotto la sua responsabilità”. L’accusa di non intervento in questo ambito è perciò paradossale, perché se il Presidente inibisse la decretazione d’urgenza, allora sì che lo si potrebbe mettere in stato d’accusa, giacché stravolgerebbe il disegno costituzionale dei rapporti fra Parlamento, Governo e Presidente.
Si contesta, poi che, per la riforma della Costituzione e del sistema elettorale, il Presidente della Repubblica avrebbe formalmente e informalmente incalzato e sollecitato il Parlamento all’approvazione di un disegno di legge costituzionale volto a configurare una procedura straordinaria e derogatoria del Testo fondamentale, sia sotto il profilo procedimentale che sotto quello degli organi deputati a modificare la Costituzione repubblicana.
A tal proposito, basti ricordare che ci sono già stati diversi casi in cui il procedimento di riforma della Costituzione è stato modificato ad hoc, cercando di renderlo più snello, e nessuno ha mai parlato di messa in stato d’accusa del Presidente. Le Bicamerali per le riforme costituzionali, infatti, hanno operato al di fuori dell’articolo 138 della Costituzione (che disciplina il procedimento di revisione della Carta) e i loro poteri sono stati attribuiti da leggi speciali.
Si eccepisce, ancora, il mancato esercizio del potere di rinvio presidenziale sulla legge n. 124 del 2008 (c.d. “lodo Alfano”) e sulla legge n. 51 del 2010 (c.d. “legittimo impedimento”).
Va rilevato, a tal proposito, che il controllo di legittimità costituzionale spetta alla Corte costituzionale, mentre il controllo che può svolgere il Presidente in fase di promulgazione di una legge è per lo più di natura formale. A volte si entra nel merito, ma solo quando ci sono violazioni macroscopiche della Costituzione, come potrebbe essere il caso assurdo di una legge che prevedesse la custodia cautelare in carcere senza limiti di tempo. Sul lodo Alfano e sul legittimo Impedimento, i due esempi di mancato rinvio citati dal Movimento, la censura d’incostituzionalità dipendeva dalle opzioni politiche, e non da una evidente e incontestabile violazione della Costituzione.
Anche in questo caso, peraltro, il rinvio presidenziale è costruito dalla Costituzione in maniera tale da sollecitare un riesame della legge rinviata, e le Camere, unici organi cui è attribuita la funzione legislativa, possono senz’altro riapprovare senza modifiche al testo. A questo punto, la legge così come riapprovata dalle Camere deve essere comunque promulgata dal Presidente e, secondo la dottrina dominante, un rifiuto di promulgazione sarebbe proprio un esempio di attentato alla Costituzione. Come si vede, anche questo argomento del Movimento è paradossale, in quanto ribaltabile.
Si contesta, inoltre, la seconda elezione del Presidente della Repubblica.
Ma, a parte il fatto che la seconda elezione del Presidente è avvenuta per decisione del Parlamento in seduta comune, la Costituzione non esclude affatto la rielezione del Presidente della Repubblica. Se finora non era mai accaduto, è stato solo per una prassi che si era instaurata, ma non per uno specifico divieto.
Sulla censura, poi, di un improprio esercizio del potere di grazia nel caso del direttore del quotidiano “Il Giornale”, dr. Sallusti, e del colonnello Joseph L. Romano, va detto che è stata proprio la Corte costituzionale, con la sentenza n. 200 del 2006, ad affermare che il titolare del potere di grazia è il capo dello Stato, non solo sotto il profilo formale, ma anche dal punto di vista sostanziale. È vero che la Corte si è riferita a una funzione umanitaria della grazia, ma resta il fatto che l’esercizio del potere connesso è a discrezione del capo dello Stato.
Infine, il Movimento lamenta un’ingerenza intollerabile del Presidente nei suoi rapporti costituzionali con la magistratura, nel caso del processo c.d. “Stato-mafia”, ingerenza che avrebbe messo in pericolo i principi fondamentali dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura da ogni altro potere statuale.
Questa è probabilmente l’accusa più delicata, che in astratto potrebbe anche configurare un’ipotesi di attentato alla Costituzione nel caso si trattasse davvero di un sovvertimento del ruolo del capo dello Stato nei riguardi della magistratura. Ma, in concreto, non basta certo l’illazione del Movimento per sostenere un’accusa di questo genere. È alla magistratura che spetta di chiarire se ci sono state forzature eversive, magari in una sentenza passata in giudicato da cui si ricavi l’accertamento incidentale di una tale ingerenza, come fatto da cui poi promuovere un giudizio di accusa dinanzi al Parlamento, tenendo anche conto naturalmente delle indicazioni della Corte costituzionale, nella sentenza n. 1 del 2013, sull’obbligo di distruggere le intercettazioni del capo dello Stato e, più in generale, sulle garanzie che la Costituzione attribuisce al Presidente.
Per quanto rilevato sin qui, dunque, nihil sub sole novum. Questa denuncia per attentato alla Costituzione rappresenta un ennesimo espediente del Movimento 5 stelle per inquinare il dibattito democratico nel nostro Paese. Un’ennesima strumentazione, insomma, che ci allontana dall’ideale di un dibattito politico sereno fra le varie forze politiche.
Giovanni D’Alessandro