Lettera di Rita di Giovacchino

La recente sconfitta elettorale resta al centro del dibattito interno al Pd anche se forse è venuto il momento di passare oltre e di capire come sfruttare il prossimo anno, in vista delle elezioni europee, per riassumere un ruolo egemone nel contrasto all’attuale governo. Quel mostro a due teste che soltanto un anno fa non avremmo mai immaginato alla guida del paese. Ma per fare un passo avanti è necessario fare qualche passo indietro per capire cosa è realmente accaduto prima del 4 marzo 2018, direi anche prima del 4 dicembre 2016, perché ritengo che la sciofitta del Pd sia stata il frutto non soltanto di errori politici ma di una vera e propria aggressione esterna, condotta senza esclusione di colpi da chi aspirava a prenderne il posto, anzi ad eliminare l’avversario dalla scena politica. E non deve indurre in errore che il bersaglio privilegiato fosse il segretario Matteo Renzi, perché l’obiettivo era ben più ambizioso. Un’aggressione partita con la battaglia referendaria e culminata con l’attacco finale alla diligenza, quando ormai Renzi era defilato in un ruolo secondario,  che doveva portare come ha portato alla vittoria elettorale dell’estrema destra e del M5S.

A fare le spese di questo attacco antisistema non è stato soltanto il Pd, ma anche l’area centrista di governo, Berlusconi e perfino quell’area scissionista che aveva sperato nella rinascita della “vera sinistra” puntando tutte le carte su vecchi archetipi della lotta politica e improbabili aperture verso il M5S.. Tale analisi non vuole accantonare la necessaria riflessione sugli errori ecompiuti in questa difficile fase, in cui tutte le regole del gioco sono state falsate, e neppure sottovalutare il peso delle divergenze tra gruppo drigente e minoranze, soltanto focalizzare un aspetto del tutto ignorato nel dibattito che è seguito alla sconfitta elettorale, ancorato a reciproche e sterili accuse che hanno finito per catalizzarsi sulle scelte “divisive” dell’ex segretario quasi che trovare un capro espiatorio potesse risolvere la distanza tra i problemi interni di un partito e tutto quello che nel frattempo si muoveva nel mondo esterno attraversato da profondi mutamenti anche internazionali.

Sono stati compiuti degli errori, è vero, ma è anche vero che i governi che si sono succeduti negli ultimi cinque anni- Letta, Renzi, Gentiloni- hanno protetto l’Italia dagli esiti di una crisi economica senza precedenti, iniziata nel 2008 con il crack della Lehman Brothers  che ha scosso tutto il mondo occidentale e che nel contempo hanno consentito al nostro Paese di progredire nella conquista di diritti civili finora negati.  Ma tutto questo non è emerso nella narrazione che ne è stata fatta, almeno non nel modo necessario, e e il Pd si è trovato a fronteggiare una sapiente macchina di guerra, messa in campo per ucciderlo, praticamente a mani nude. Anche perché la macchina da guerra disponeva di un ampio schieramento mediatico, mentre il  Pd  non poteva che fare ricorso ai tweet di Renzi,non avendo né giornali né reti televisive amiche visto anche il fallimento registrato nella gestione della Rai con l’allontonamento di giornalisti come Giannini, Giletti, Gabanelli che si sono poi trasformati in implacabili avversari.

Partiano dal 4 dicembre. In quella fase si è consolidato un’alleanza trasversale, su cui hanno finito per convergere forze politiche e anche testate di opposto orientamento politico  che hanno fatto fronte comune attorno alla campagna per il No. Una campagna che ha visto marciare compatti improvvisati tutori della Costituzione “più bella del mondo”, appartenenti a mondi divisi da lontananze stellari che vanno da Casapound a Potere al Popolo, dalla Lega di Salvini fino alla minoranza interna del Pd cui ha fatto da spalla la Cgil di Susanna Camusso che in preda all’entusiasmo si è fatta promotrice di un altro referendum, quello sull’art.18, poi bocciato dalla Consulta. Con il risultato di trasformare il sindacato osso in un sindacato giallo se è vero quanto afferma il sociologo De Masi che ormai un iscritto su tre è pentastellato. Motivo per il quale quando la segretaria, come da tradizione, si è espressa per la libertà di voto un numero consistente di consensi è confluito al M5S e neppure un voto è andato a Leu che pure contava sulle convergenze registrate tra la Cgil e il partito di Grasso.

Considerata la ghiotta occasione alla fine è stato Berlusconi a mettere il cappello sull’operazione, proprio lui che per primo aveva teorizzato la necessità di una riforma costituzionale, progetto mai abbandonato dai governi che si sono succeduti nei successivi vent’anni mentre nei cassetti delle varie commisioni parlamentari si andavano accumulando progetti che stentavano a venire alla luce. Ma come sappiamo se l’operazione ha segnato la rinascita di Berlusconi sulla scena politica non è stato poi lui a raccoglierne i frutti di una campagna che rinnegava tutto quanto era stato fatto dal 1994 per attualizzare la Carta. Tanto che tra i motivi addotti dal capo dello  Stato  Napolitano sulla necessità di un suo secondo mandato c’era proprio quello che durante il suo settennato  non era stato possibile realizzare le riforme costituzionali. Incarico affidato al giovane Renzi nel momento stesso della sua nomina a presidente del Consiglio.Ed è così che, consapevolmente o no ,Renzi si è infilato nel suo tritacarne.

In realtà il destino della nostra Costituzione interessava ben poco ai suoi troppi difensori. Obiettivo evidente della campagna referendaria era infliggere una pesante sconfitta alla sinistra di governo e dunque al Pd per guadagnare terreno in vista delle elezioni del 2018, motivo per il quale era necessario innanzitutto  demolire Renzi, bistrattato in casa, ma all’esterno considerato l’avversario più pericoloso per la capacità dimostrata di raccogliere alte punte di consenso. Nessuno degli altri leader del Pd era riuscito a toccare quota 40.

Ma tra i difetti del leader rinnegato c’era anche quello di sapersi adeguare al linguaggio nuovo della politica, anzi di proporsi egli stesso come innovatore in grado di recepire la richiesta di cambiamento che veniva dal paese sottraendo tale terreno privilegiato alle nascenti forze populiste,

Obiettivo della minoranza era invece sconfiggere soltanto Renzi per riconquistare la leadeshep del partito ma inevitabilmente i due fronti hanno finito per confondersi e le critiche rivolte al segretario dalla sinistra hanno di fatto legittimato la campagna della destra, anche se poi a farne le spese, al di là delle intenzioni, è stata tutta la sinistra, anche quella che si è alla fine ritrovata dietro il cartello di una scissione tanto agguerrita quanto vaga nelle motivazioni e nei contenuti.

A fare da collante in questa campagna, come dicevamo, è stato un fronte mediatico che ha finito per utilizzare gli stessi argomenti e perfino gli stessi slogan o meglio insulti rivolti soprattutto a Renzi,   detto anche il bullo di Rignano, il Macron de noantri, l’emulo di Craxi e di Berlusconi, il Renzusconi che aveva come unico obiettivo realizzare ciò che la destra non era stata in grado di fare, a partire dall’abolizione dell’articolo 18 eccetera eccetera, il cui vero obiettivo era farsi promotore di un nuovo partito, in alternativa allearsi con Berlusconi. Purtroppo contro qiesta campagna martellante, che è andata via irrobustendosi, non si è levata una sola parola  in difesa del suo segretario da parte dei dirigenti del Pd che pure, anche dopo le sue dimissioni, gli erano rimasti legati. Peggio tali accuse sono state accolte con malcelata soddisfazione dagli avversari senza che ci si rendesse conto che la delegittimazione del segretario di un partito avrebbe travolto tutto il partito.

Ma guardiamo meglio dentro questo schieramento vario e trasversale che ha legato destra e sinistra per tutta la campagna elettorale, che ha coinvolto giornali, reti, palinsesti televisivi che attarverso il proliferare di  talk show hanno favorito il massacro del Pd e l’avanzare della Lega e del M5S. A destra, in prima linea, troviamo Rete Quattro di Mediaset con trasmissioni guidate da quei direttori recentemente licenziati da Berlusconi, come Mario Giordano e Paolo Del Debbio, cui va ad aggiungersi Maurizio Belpietro, che oltre ad essere direttore della Verità ha ancora una sua trasmissione sulla stessa rete, accusati dal loro stesso datore di lavoro di aver appoggiato una campagna populista che ha finito per favorire la vittoria del M5S tanto inviso al Cavaliere. Eppure i direttori oggi licenziati appartengono alla filiera che per anni ha gestito e difeso il “conflitto di interessi” che ha portato prima allìaffermazione e poi alla sopravvivenza di Forza Italia. Inutile dire che i tre, come molti altri, non sembrano troppo preoccupati del licenziamento in attesa di più alti incarichi magari in Rai, l’ultima prateria da conquistare dal “nuovo che nuovamente avanza”.

 

A fare da sponda sulla sinistra nel frattempo era nato un nuovo polo d’informazione grazie alla sinergia realizzata tra La7 di Urbano Cairo e Il Fatto quotidiano diretto da Marco Travaglio, succeduto a Padellaro. Per ironia della sorte Il Fatto  è nato nove anni fa da una costola dell’Unità, il giornale di Gramsci condannato a una crisi senza ritorno, mentre il nuovo giornale si affermava con grande successo senza nascondere un suo progetto politico fortemente critico nei confronti del Pd e che via via si è avvicinato con sempre maggiore empatia al M5S. Scelta in linea con le convinzioni di uno dei suoi fondatori, appunto Travaglio, capace di condizionare il dibattito poltico grazie allo stile aggressivo dei suoi editoriali ma anche privilegiando inchieste sulla corruzione politica, che sono state il cavallo di battaglia del giornale anche perché negli ultimi anni non sono mancate occasioni grazie agli scandali che hanno travolto la seconda repubblica. Dal caso Lusi a Mafia Capitale per finire alle crisi bancarie. Inutile sottolineare che, tramontato Berlusconi, Renzi ha assunto il ruolo del bersaglio preferito da parte di un giornale che ha sempre manifestato il bisogno di combattere contro un “nemico”. Tra gli scoop messi a segno abbiamo l’inchiesta Consip, aperta dalla procura di Napoli, anzi da uno dei suoi pm di punta ovvero Henry Jhonn Woodcock poi trasferita a Roma. Uno scandalo dai contorni in verità ancora confusi che ha però avuto il merito di coinvolgere “babbo” Renzi. L’inchiesta sembra in dirittura d’arrivo, speriamo di saperne di più.

 

Con il passare degli anni e l’evolversi degli eventi politici La7 e il Fatto hanno finito per incontrarsi  e se da questo matrimonio le due testate sono uscite rafforzate, va anche detto che entrambe hanno subito una forte radicalizzazione. La7 del primo Mentana e il Fatto di Padellaro erano espressione di un’opposizione trasverale ancora interna alla sinistra, mentre il polo creato sotto la regia di Cairo n è divenuto, senza assumerne la bandiera, di fatto l’house organ del M5S .Se i giornali e le trasmissioni   Mediaset hanno finito per favorire la Lega e Salvini, al polo di sinistra va il merito di aver messo in piedi una macchina da guerra pilotata da eccellenti giornalisti, supportata dal fior fiore degli opinionisti da salotto televisivo che in modo abile hanno mimetizzato gli aspetti più oscuri e inquietanti del movimento creato da Grillo, e Casaleggio, camuffando la sua carica eversiva in battaglie  antisistema, s’intende corrotto, scapigliatura tipica di un movimento antagonista che però si apprestava a diventare partito di governo.

Non deve stupire se da tale inedito schieramento sia emersa una fotografia distorta dei problemi italiani, l’immagine falsata di un paese sull’orlo del tracollo e della bancarotta, incapace di difendersi dalla rapacità dell’Europa, di proteggersi da un’immigrazione descritta come un pericolo incombente sulla nostra sicurezza, portarice di violenza, malattie e traffici clandestini, Il delitto di Macerata, la mostruosa uccisione della giovane Pamela dai contorni ancora oscuri, alla vigilia delle elezioni mi ha ricordato un analogo episodio, l’efferrato omicidio di una signora alla stazione di un trenino di Roma nord nei pressi di un campo nomadi che ha consentito ad Alemanno di divenire sindaco di Roma. Anche episodi di questo tipo vanno inseriti nella narrazione utlizzata per attizzare l’opinione pubblica, seminare odio, provocare divisioni, delegittimare la convivenza civile.

La nascita della terza repubblica è stata accompagnata da un incitamento alla rivolta contro le disuguaglianze e i disagi dei diseredati, cui si è aggiunto il malcontento di una classe media  impoverita, ma ha anche saputo strumentalizzare fatti di cronaca per diffondere la falsa percezione di un paese sull’orlo del caos. Con una novità, negli ultimi mesi il M5S ha fatto spesso ricorso a un linguaggio pseudo rivoluzionario, massimalista,  che di recente sembra perfino ispirarsi alla Rvoluzione Francese. Dall’Amico del Popolo che riporta a Jean Paul Marat, alla presa della Bastiglia evocata dal fascitissimo padre di Di Battista, suggestioni utilizzate per proporsi come movimento rivoluzionario al servizio del popolo benché nel linguaggio si mescoli il frequente ricorso a termini patriottici cari ai cosiddetti sovranisti, Stranezze che unite ad altri elementi, emersi dopo le elezioni, spingono a sospettare l’esistenza di un Suggeritore. nella gestione dell’ascesa al potere non soltanto dei 5 Stelle ma di altri  movimenti populisti di matrice più chiaramente fascista, la Lega di Salvini e non solo.

Qualcuno un tempo diceva che “a pensar male è peccato, ma quasi sempre ci s’indovina”. Fin qui ho descritto l’intreccio di reali interessi politici contrapposti, mescolati a vecchi risentimenti maturati all’interno di un partito in cui le due anime non sono mai riuscite a fondersi in una nuova identità, la voglia di protagonismo di personaggi emergenti, la radicalizzazione di un movimento dalle origini  oscure che da anni ha fatto irruzione sulla scena politica. Fatti reali, ma i poteri nelle loro strategie sono abituati a lavorare sui fatti reali, ricollocandoli su una scacchiera di cui soltanto loro sono in grado di muovere le pedine spesso all’insaputa degli stessi protagonisti.

Da qualche tempo ha preso corpo il sospetto, non soltanto mio, che una sorta  di regia studiata nei piani alti  della Finanza anche internaionale, da quei poteri forti sempre evocati e mai denominati, abbia avuto un qualche ruolo in tutto questo Ambaradan che ha segnato la nascita della terza repubblica. Uno dei sospetti ha preso corpo quando il piccolo editore Cairo, fino a quel momento noto per aver rianimato una piccola filiera di riviste in stato comatoso, per lo più femminili, immessi sul mercato al prezzo di 1  euro, è riuscito ad approdare nel salotto buono dell’alta finanza e ha acquistato il 35 per cento delle quote del Corriere della Sera. Esisteva forse un asse Cairo-Bazoli il grande vecchio da cui ancora dipendono gli equilibri di quello che resta, nonostante la crisi della carta stampata, il maggiore e più autorevole quotidiano italiano ? Interogativo per ora senza risposta  non si comprende infatti l’interesse di questa operazione politica da parte dei suddetti poteri forti, a meno che per qualche ancora misterioso motivo non possa emergere un qualche loro interesse nella destabilizzazione politica di un paese che resta inevitabilmente al centro di un Mediterraneo in burrasca.

A un lettore attento non è comunque sfuggito che dopo l’ingresso di Cairo alcuni germi populisti hanno attecchito nell’impostazione delle pagine politiche de Il Corriere,  in modo non sguaiato o troppo evidente, ma con argomenti che mostravano una certa simpatia verso nuove prospettive politiche. Il sospetto aveva ragion d’essere, visto che nei giorni caldi del caso Savona, sotto l’incalzare della crisi economica, il direttore Fontana è stato convocato al Quirinale. Cosa gli è stato detto non si sa, si immagina un invito a maggiore prudenza, indicazione puntualmente eseguita. In effetti va registrato che, durante l’interminabile trattativa per la formazione del nuovo governo, c’è stato qualche segnale di rinsavimento almeno all’interno del polo di sinistra, benché Cacciari continuasse a rampognare il Pd per non aver provato a entrare in uno dei due forni di Di Maio, forse sperando di vederlo definitivamente bruciare vivo.

La retromarcia si è fatta più evidente quando la situazione è precipitata con la pubblicazione sull’Huffongton post della bozza, poi corretta, del programma sottoscritto da Lega e 5Stelle in cui apertamente si progettava l’uscita dell’Italia dall’euro. I mercati sono precipitati, lo spread è schizzato in alto e in una settimana, quella dello scontro tra Quirinale e futura maggioranza sulla nomina di Savona a ministro del Tesoro, sono stati bruciati venti miliardi. E’ stato allora che i conduttori più qualificati hanno manifestato maggiore accortezza e i commentatori più agguerriti sono praticamente scomparsi dai talk show Forse il simpatico gioco era scappato di mano, ma ormai il danno era fatto.

 

Questi i fatti su cui riflettere, in che modo uscirne è più difficile da dire. Per troppo tempo il Pd è rimasto concentrato sul proprio ombelicolo per osservare i suoi sommovimenti interni, se vuole rinascere non può che passare al contrattacco. Non basta scendere in piazza, cercare di ricucire le divisioni, ristabilire un contatto con i bisogni della gente. Bisogna che tutto questo venga anche raccontato, amplificato, difeso. Il Pd deve riscoprire il ruolo dell’informazione che è qualcosa di più della comunicazione, come oggi si preferisce dire. O forse più che di informazione sarebbe meglio cominciare a parlare anche di controinformazione, ci sono fatti da scoprire, oscurità da fugare, legami da ricostruire. Non tutti i cattivi e i corrotti fanno parte del sistema, non tutti i puri e duri  dell’antisistema.