Il 15 ottobre scorso nell’ambito dei nostri incontri del Mercoledì a Giubbonari a proposito delle elezioni presidenziali in Brasile abbiamo invitato Francesca D’Ulisse. Vi proponiamo il suo articolo sul tema pubblicato il 4 novembre su Treccani.it 

 ELEZIONI PRESIDENZIALI IN BRASILE  
di Francesca D’Ulisse 
225px-Dilma_Rousseff_-_foto_oficial_2011-01-09 36° Presidente del Brasile 
Che lo spirito di sapienza orienti le difficili decisioni che la presidente Dilma Rousseff dovrà prendere”.  
È in questa frase del teologo Leonardo Boff la chiave di lettura delle recenti elezioni in Brasile. Perché Dilma ha vinto ma lo ha fatto solo con il 51, 64% (54,4 milioni di voti), la percentuale più bassa da quando il Partido dos Tabalhadoresè al governo del gigante latinoamericano.

Perché Dilma ha vinto sí, ma il Paese è spaccato in due, geograficamente, antropologicamente e economicamente: nord contro sud, metropoli versus periferie, bianchi contro neri e mulatti/pardos, nuova classe media contro vecchia borghesia. Nelle regioni del nord, nelGrande Sertão – immortalato magistralmente nei romanzi di João Guimarães Rosa – o in Amazzonia Dilma ha vinto anche con il 70% dei suffragi. Nelle città ricche e cosmopolite come San Paolo e Rio de Janeiro la Presidente e il suo PT hanno mostrato tutte le loro fragilità. Sono due Brasile che si guardano, non si capiscono e non si riconoscono come parte di una stessa comunità e come artefici e protagonisti di un destino comune che sarà quello di una grande potenza solo se la politica saprà finalmente riunire le due storie e i due percorsi di sviluppo. Non è facile. Ma ci si deve provare perché si tratta di una operazione culturale da cui dipende il destino del Paese e la vittoria di una scommessa sulla possibilità o meno di una pacificazione sociale che è la sola in grado di garantire un futuro prospero per tutti. Operazione che, va detto, non è riuscita finora a nessun Presidente. Se poi guardiamo ai problemi più propriamente strutturali che andranno affrontati con decisione e piglio nei prossimi 4 anni non c’è da stare sereni. Tra i primi e più gravi il fenomeno della corruzione che riguarda tutti i gangli dello stato centrale e dei governi locali e di cui si sono macchiati indifferentemente maggioranza e opposizione. Va poi affrontato il tema della riforma politica perché cambi, in primo luogo, proprio le regole sul finanziamento privato alla politica e ai partiti. Se consideriamo che una campagna elettorale in uno Stato come quello di San Paolo può costare anche 400mila euro non è difficile immaginare a quali pressioni siano sottoposti i candidati dai finanziatori privati di turno. Sul fronte dello sviluppo è quanto mai urgente rilanciare l’economia che, dopo due trimestri in negativo, si trova tecnicamente in recessione. Le previsioni dei principali organismi finanziari internazionali, Banca Mondiale inclusa, prevedono che il gigante latinoamericano uscirà malconcio dal 2014 e se tutto andrà per il meglio l’anno si chiuderà con un +1,3%. Che non basta a finanziare lo sviluppo degli investimenti pubblici (pensiamo, per esempio, alle prossime Olimpiadi di Rio de Janeiro del 2016) e dei programmi sociali (Bolsa Familia; Minha casa, Minha vida;Luz para todos; Mais Médicos e altri) che devono essere mantenuti proprio per scongiurare l’aumento della forbice tra ricchi e poveri. Senza dimenticare misure come il pro-Uni (per l’Università) che hanno garantito alle tante minoranze del Paese di accedere finora all’università grazie a quote riservate e con le quali si immagina – a ragione – di stimolare giustizia e inclusione sociale. Pesa anche l’inflazione percepita, che è più alta di quella registrata dall’Istituto di Statistica brasiliano, il 6,5%. L’economia verde-oro, in altre parole, langue un po’ e a parte gli assets di punta – quindi agrobusiness, materie prime e Embraer la compagnia di costruzione degli aerei che sfida Boeing e Airbus sui mercati di tutto il mondo – il resto dipende troppo dalle oscillazioni dei mercati e ultimamente dalla domanda mondiale. È forse per rassicurare i mercati che il lunedì dopo le elezioni il Ministro delle Finanze, Guido Mantega – ultimamente sul banco degli imputati con l’accusa di non aver saputo gestire con successo la politica monetaria – ha tenuto una conferenza stampa nella quale ha ribadito che bisognerà vincere grandi sfide perché il Paese possa cominciare di nuovo un ciclo espansivo. “Stiamo lavorando con scenari non favorevoli dal momento che l’economia mondiale ancora non è migliorata come avrebbe dovuto”, ha detto ai giornalisti presenti. “La sfida dell’espansione economica sarà quella di mettere intorno allo stesso tavolo governo, imprese e lavoratori e fronteggiare come meglio possibile la contrazione della domanda interna, la caduta dei prezzi dellecommodities e la volatilità dei mercati internazionali”. “Vedo un certo ottimismo dei mercati verso l’economia brasiliana” – ha tuttavia riferito Mantega – e i recenti risultati sono lì a testimoniare questa ripresa. Una ripresa lenta, bisogna dirlo, ma la tendenza è che questo recupero continui nel quarto trimestre”. Vedremo.
Se queste sono le debolezze strutturali con le quali si misurerà il Dilma bis, c’è poi un discorso che riguarda la stessa gestione del governo. Ci riferiamo alla capacità della Presidente di saper articolare politicamente con gli alleati e con gli stessi compagni di partito. Riflettiamoci. I più temuti avversari del primo turno sono stati proprio gli “amici” di lunga data dei governi precedenti. Insomma, per dirla breve, Marina Silva era la pupilla di Lula e pensare che si sia candidata contro Dilma già quattro anni fa e che al secondo turno abbia fatto un appello per Aecio Neves sembra un controsenso politico. Ma il vero “scandalo” nella gestione politica dell’attuale presidenza è che Eduardo Campos, il candidato morto per un incidente aereo quasi al termine dalla campagna, fosse l’esponente politico più fedele al governo e al PT oltre che naturale candidato del PT per il 2018. Che si sia candidato contro Dilma nel 2014 lascia interdetti. Tutto questo per dire che la Presidenta, profilo tecnico più che politico, abile “Ministro da Casa Civil” durante il governo Lula2, una volta al comando ha rivelato una scarsa capacità di mediazione politica, un difetto che la presenza di una figura politica come Lula aveva saputo nascondere, supplendo lui stesso a questo deficit caratteriale. Nel secondo mandato questo aspetto dovrà essere curato come parte dell’agenda di governo. Da oggi si deve cambiare registro. Lo ha dichiarata la stessa Presidenza riprendendo uno degli slogan dell’ultima fase della sua campagna elettorale “Governo Nuovo, Idee Nuove”. Ce lo auguriamo sinceramente perché questa presidenza ha un valore simbolico e politico incommensurabile rispetto alla precedente esperienza. Forse è paragonabile solo al Lula1, quando il Brasile decise di voltar pagina impegnando il governo nella costruzione di un paese realmente per tutti – dopo anni di sbornia neoliberista dettata dal Washington Consensus – e decidendo di dare un nuovo senso alla propria presenza in America latina e nel mondo. Dilma è chiamata alla prova dei fatti già dal primo gennaio 2015. Vedremo allora la lista dei nuovi ministri e da lì capiremo anche gli scenari futuri. Sapendo che per cambiare davvero il Brasile la Presidente cambiare un po’ anche sé stessa.

 

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