italicumBrevi considerazioni alla luce della sentenza della Corte Costituzionale in relazione alla legge elettorale denominata porcellum. La proposta del PD: litalicum.

di Venerando Monello

  Con sentenza n. 1 del 2014 la Consulta (Corte Costituzionale) ha depositato le motivazioni con le quali ha dichiarato la incostituzionalità della legge elettorale conosciuta con il nome di “porcellum”.

La Corte Costituzionale ha il compito di decidere le controversie «relative alla legittimità costituzionale delle leggi e degli atti aventi forza di legge dello Stato e delle Regioni» (articolo 134, prima parte, della Costituzione). La Corte è chiamata a controllare se gli atti legislativi siano stati formati con i procedimenti richiesti dalla Costituzione (cosiddetta costituzionalità formale) e se il loro contenuto sia conforme ai princìpi costituzionali (cosiddetta costituzionalità sostanziale). Per questa ragione essa è definita anche come giudice delle leggi.

Il sindacato di costituzionalità sul così detto porcellum, vigente dal 2005, è giunto alla Corte tramite l’ordinanza di rimessione della Corte di Cassazione del 17 maggio 2013, grazie al ricorso presentato, davanti al tribunale di Milano, da un cittadino elettore che sosteneva che il suo diritto di voto non aveva potuto e non poteva essere esercitato in coerenza con i principi costituzionali del voto «personale ed eguale, libero e segreto» (art. 48, secondo comma, Cost.) ed «a suffragio universale e diretto» (artt. 56, primo comma e 58, primo comma, Cost.). Pertanto, chiedeva fosse dichiarato che il suo diritto di voto non aveva potuto e non può essere esercitato in modo libero e diretto, secondo le modalità previste e garantite dalla Costituzione e dal protocollo 1 della CEDU (Corte Europea dei Diritti dell’Uomo). Ma veniamo alle singole censure della Corte Costituzionale. Esse sono riassumibili in due grandi aree tematiche: 1) Premio di maggioranza; 2) voto alla lista senza possibilità di preferenza.

Sul premio di maggioranza.

Il fatto che il porcellum prevedesse che l’Ufficio elettorale nazionale verificasse «se la coalizione di liste o la singola lista che ha ottenuto il maggior numero di voti validi espressi abbia conseguito almeno 340 seggi» (comma 1, n. 5) e stabilisse che, in caso negativo, ad essa venisse attribuito il numero di seggi necessario per raggiungere tale consistenza, è stato ritenuto dalla Corte contrario al dettato costituzionale per più ragioni. Vediamole:

1)       assenza di una soglia minima per il premio di maggioranza. La mancata previsione all’interno del porcellum di una soglia minima di percentuale di voti da raggiungere per l’attribuzione del premio di maggioranza, determina, per la Corte, una irragionevole, oggettiva e grave alterazione della rappresentanza democratica. Perché trasformerebbe una maggioranza relativa di voti in una maggioranza assoluta di seggi.

2)       Irragionevolezza del meccanismo premiale. Da un lato siffatto premio di maggioranza incentivava il raggiungimento di accordi tra le liste al fine di accedere al premio. Ciò si pone in contraddizione con l’esigenza di assicurare la governabilità, stante la possibilità che, anche immediatamente dopo le elezioni, la coalizione beneficiaria del premio si sciolga o uno o più partiti che ne facevano parte ne escano. Dall’altro, provoca una alterazione degli equilibri istituzionali, tenuto conto che la maggioranza beneficiaria del premio sarebbe in grado di eleggere gli organi di garanzia che, tra l’altro, restano in carica per un tempo più lungo della legislatura. Ed infine, compromette l’eguaglianza del voto e cioè la «parità di condizione dei cittadini nel momento in cui il voto viene espresso», in violazione dell’art. 48, secondo comma, Cost., tenuto conto che la distorsione provocata dalla predetta attribuzione del premio costituirebbe non già un mero inconveniente di fatto, ma il risultato di un meccanismo irrazionale poiché normativamente programmato per tale esito. In sostanza, afferma la Corte, in questo modo viene tradito, attraverso una alterazione voluta per legge, la volontà del corpo elettorale ed il risultato delle urne. Ciò vale sia per l’attribuzione del premio di maggioranza per la Camera dei Deputati (su base nazionale), sia, a maggior ragione, per l’attribuzione del voto al Senato della Repubblica (su base regionale). In quanto, essendo il premio diverso per ogni Regione, il risultato sarebbe una sommatoria casuale dei premi regionali, che potrebbero finire per elidersi tra loro e addirittura rovesciare il risultato ottenuto dalle liste o coalizioni di liste su base nazionale, favorendo la formazione di maggioranze parlamentari non coincidenti, pur in presenza di una distribuzione del voto sostanzialmente omogenea tra i due rami del Parlamento, e compromettendo sia il funzionamento della forma di governo parlamentare, nella quale il Governo deve avere la fiducia delle due Camere (art. 94, primo comma, Cost.), sia lesercizio della funzione legislativa, che lart. 70 Cost. attribuisce alla Camera ed al Senato. Unulteriore censura è, infine, prospettata con riferimento agli artt. 3 e 48, secondo comma, Cost., in quanto, posto che lentità del premio, in favore della lista o coalizione che ha ottenuto più voti, varia da Regione a Regione ed è maggiore nelle Regioni più grandi e popolose, il peso del voto (che dovrebbe essere uguale e contare allo stesso modo ai fini della traduzione in seggi) sarebbe diverso a seconda della collocazione geografica dei cittadini elettori.

Sostiene, dunque, la Corte che la persistenza nell’ordinamento giuridico di queste disposizioni normative produce una eccessiva ed illegittima divaricazione tra la composizione del Parlamento, del Governo, e la volontà dei cittadini espressa attraverso il voto, che costituisce il principale strumento di manifestazione della sovranità popolare, secondo lart. 1, secondo comma, della Costituzione.

In altri termini, le disposizioni in esame sono incostituzionali perché non impongono il raggiungimento di una soglia minima di voti alla lista (o coalizione di liste) di maggioranza relativa dei voti; e ad essa assegnano automaticamente un numero anche molto elevato di seggi, tale da trasformare, in ipotesi, una formazione che ha conseguito una percentuale pur molto ridotta di suffragi in quella che raggiunge la maggioranza assoluta dei componenti dell’assemblea. Risulta, pertanto, palese che in tal modo esse consentono una illimitata compressione della rappresentatività dellassemblea parlamentare, incompatibile con i principi costituzionali in base ai quali le assemblee parlamentari sono sedi esclusive della «rappresentanza politica nazionale» (art. 67 Cost.), si fondano sullespressione del voto e quindi della sovranità popolare, ed in virtù di ciò ad esse sono affidate funzioni fondamentali, dotate di «una caratterizzazione tipica ed infungibile» (sentenza n. 106 del 2002), fra le quali vi sono, accanto a quelle di indirizzo e controllo del governo, anche le delicate funzioni connesse alla stessa garanzia della Costituzione (art. 138 Cost.): ciò che peraltro distingue il Parlamento da altre assemblee rappresentative di enti territoriali.

Una sentenza della Corte Costituzionale del 1961 aveva stabilito che, seppur nella più ampia scelta del legislatore di dotarsi di un sistema elettorale, ciascun voto dovesse potenzialmente contribuire, e con pari efficacia, alla formazione degli organi elettivi. Pertanto se il legislatore adotta per l’attribuzione dei voti un sistema di tipo proporzionale, esso genera nell’elettore la legittima aspettativa che non si determini uno squilibrio sugli effetti del voto, e cioè una diseguale valutazione del “peso” del voto “in uscita”, ai fini dell’attribuzione dei seggi.

Le norme censurate, pur avendo la finalità di assicurare la stabilità di Governo non rispettano il vincolo del minor sacrificio possibile degli altri interessi e valori costituzionalmente protetti, e si pongono in contrasto con gli articoli 1, secondo comma, 3, 48, secondo comma, e 67 della Costituzione. Vi è dunque una sproporzione rispetto all’obiettivo perseguito, tale da produrre unalterazione profonda della composizione della rappresentanza democratica, sulla quale si fonda lintera architettura dellordinamento costituzionale vigente.

Il voto alla lista senza preferenza.

La Corte ha, inoltre, ritenuto contrari al dettato costituzionale tre ulteriori norme contenute nel porcellum, le quali stabilivano che:

1)       «Ogni elettore dispone di un voto per la scelta della lista ai fini dellattribuzione dei seggi in ragione proporzionale, da esprimere su ununica scheda recante il contrassegno di ciascuna lista».

2)       «Una scheda valida per la scelta della lista rappresenta un voto di lista».

3)       «Il voto si esprime tracciando, con la matita, sulla scheda un solo segno, comunque apposto, sul rettangolo contenente il contrassegno della lista prescelta».

4)       Sono «eletti, nei limiti dei seggi ai quali ciascuna lista ha diritto, i candidati compresi nella lista medesima, secondo lordine di presentazione».

Il voto alla lista impedisce all’elettore di incidere sull’elezione dei propri rappresentanti, perché l’elezione dipende dall’ordine di presentazione dei candidati nella lista stessa; e tale ordine di presentazione viene sostanzialmente deciso dai partiti. Sostiene la Corte che la scelta dellelettore, in altri termini, si traduce in un voto di preferenza esclusivamente per la lista, che in quanto presentata in circoscrizioni elettorali molto ampie, come si è rilevato contiene un numero assai elevato di candidati, che può corrispondere allintero numero dei seggi assegnati alla circoscrizione, e li rende, di conseguenza, difficilmente conoscibili dallelettore stesso. Una simile disciplina priva l’elettore di ogni margine di scelta dei propri rappresentanti, scelta che, come abbiamo già detto, è totalmente rimessa ai partiti. A tal proposito, la Corte ha chiarito (ordinanza n. 79 del 2006) che «le funzioni attribuite ai partiti politici dalla legge ordinaria al fine di eleggere le assemblee quali la presentazione di alternative elettorali e la selezione dei candidati alle cariche elettive pubbliche non consentono di desumere lesistenza di attribuzioni costituzionali, ma costituiscono il modo in cui il legislatore ordinario ha ritenuto di raccordare il diritto, costituzionalmente riconosciuto ai cittadini, di associarsi in una pluralità di partiti con la rappresentanza politica, necessaria per concorrere nellambito del procedimento elettorale, e trovano solo un fondamento nello stesso art. 49 Cost.». Simili funzioni devono, quindi, essere preordinate ad agevolare la partecipazione alla vita politica dei cittadini ed alla realizzazione di linee programmatiche che le formazioni politiche sottopongono al corpo elettorale, al fine di consentire una scelta più chiara e consapevole anche in riferimento ai candidati. In sostanza l’ordine di presentazione delle candidature non lede in alcun modo la libertà di voto del cittadino solo a condizione che quest’ultimo sia «pur sempre libero e garantito nella sua manifestazione di volontà, sia nella scelta del raggruppamento che concorre alle elezioni, sia nel votare questo o quel candidato incluso nella lista prescelta, attraverso il voto di preferenza». Il problema non è dunque che i partiti scelgano autonomamente e liberamente l’ordine di lista dei candidati, ma l’impossibilità per l’elettore di votare il proprio rappresentante quando l’ordine di lista sia stato determinato unicamente dai partiti.

Attenzione però perché a questo punto la Corte fa poi anche un altro e significativo ragionamento. Ed in questo successivo passaggio interpretativo afferma che la violazione costituzionale derivante dal sistema delle liste bloccate non è una violazione in re ipsa al sistema stesso. Ovvero il principio delle liste bloccate non è in sé e per sé illegittimo, ma diventa illegittimo se impedisce all’elettore la conoscenza dei candidati inseriti nella lista. Per la Corte è dunque la lunghezza del numero dei candidati in lista ad essere illegittima quanto impedisce all’elettore la conoscenza del candidato. Riportiamo integralmente le argomentazioni della Corte sul punto:  In definitiva, è la circostanza che alla totalità dei parlamentari eletti, senza alcuna eccezione, manca il sostegno della indicazione personale dei cittadini, che ferisce la logica della rappresentanza consegnata nella Costituzione. Simili condizioni di voto, che impongono al cittadino, scegliendo una lista, di scegliere in blocco anche tutti i numerosi candidati in essa elencati, che non ha avuto modo di conoscere e valutare e che sono automaticamente destinati, in ragione della posizione in lista, a diventare deputati o senatori, rendono la disciplina in esame non comparabile né con altri sistemi caratterizzati da liste bloccate solo per una parte dei seggi, né con altri caratterizzati da circoscrizioni elettorali di dimensioni territorialmente ridotte, nelle quali il numero dei candidati da eleggere sia talmente esiguo da garantire leffettiva conoscibilità degli stessi e con essa leffettività della scelta e la libertà del voto (al pari di quanto accade nel caso dei collegi uninominali). Precisiamo sin d’ora che questo passaggio interpretativo, pur essendo stato posto incidentalmente e quasi ad abundantiam dalla Corte, apre uno spiraglio in favore delle così dette liste bloccate corte, ma su questo punto torneremo più avanti.

Sancita lincostituzionalità del porcellum, cosa resta, a questo punto, in vigore delle norme elettorali?  

Ciò che rimane è precisamente il meccanismo in ragione proporzionale delineato dallart. 1 del d.P.R. n. 361 del 1957 e dallart. 1 del d.lgs. n. 533 del 1993, depurato dellattribuzione del premio di maggioranza; e le norme censurate riguardanti lespressione del voto risultano integrate in modo da consentire un voto di preferenza. Ovvero la legge elettorale del 1992 anteriore al mattarellum. Una legge elettorale ispirata ad un sistema elettorale proporzionale puro, con una soglia di sbarramento molto bassa che favorisce la rappresentanza parlamentare delle piccole formazioni politiche a svantaggio dalla stabilità di governo e del bipolarismo.

Sostiene la Corte che la normativa che resta in vigore è «complessivamente idonea a garantire il rinnovo, in ogni momento, dellorgano costituzionale elettivo», e che leggi elettorali sono “costituzionalmente necessarie”, in quanto «indispensabili per assicurare il funzionamento e la continuità degli organi costituzionali» e per scongiurare l’eventualità di «paralizzare il potere di scioglimento del Presidente della Repubblica previsto dallart. 88 Cost.».

Gli effetti della sentenza.

La sentenza produrrà i suoi effetti esclusivamente in occasione di una nuova consultazione elettorale, consultazione che si dovrà effettuare o secondo le regole contenute nella normativa che resta in vigore a seguito della presente decisione, ovvero secondo la nuova normativa elettorale eventualmente adottata dalle Camere.

«Le elezioni che si sono svolte in applicazione anche delle norme elettorali dichiarate costituzionalmente illegittime costituiscono, in definitiva, e con ogni evidenza, un fatto concluso, posto che il processo di composizione delle Camere si compie con la proclamazione degli eletti. Del pari, non sono riguardati gli atti che le Camere adotteranno prima che si svolgano nuove consultazioni elettorali». Ciò significa che il parlamento, nella sua composizione, e nella totalità degli atti che ha, nel frattempo, realizzato, è pienamente legittimo, in quanto viene salvaguardato il principio fondamentale della continuità dello Stato, che non è unastrazione e dunque si realizza in concreto attraverso la continuità in particolare dei suoi organi costituzionali: di tutti gli organi costituzionali, a cominciare dal Parlamento.

Conclude la Corte che “È pertanto fuori di ogni ragionevole dubbio è appena il caso di ribadirlo che nessuna incidenza è in grado di spiegare la presente decisione neppure con riferimento agli atti che le Camere adotteranno prima di nuove consultazioni elettorali: le Camere sono organi costituzionalmente necessari ed indefettibili e non possono in alcun momento cessare di esistere o perdere la capacità di deliberare. Tanto ciò è vero che, proprio al fine di assicurare la continuità dello Stato, è la stessa Costituzione a prevedere, ad esempio, a seguito delle elezioni, la prorogatio dei poteri delle Camere precedenti «finché non siano riunite le nuove Camere» (art. 61 Cost.), come anche a prescrivere che le Camere, «anche se sciolte, sono appositamente convocate e si riuniscono entro cinque giorni» per la conversione in legge di decreti-legge adottati dal Governo (art. 77, secondo comma, Cost.).

Lo spiraglio lasciato dalla Corte alle liste bloccate.

Abbiamo accennato, in precedenza, al passaggio interpretativo, seppur incidentale ed ad abundantiam, lasciato dalla Corte alla possibilità di un sistema elettorale con liste corte bloccate inserite in una circoscrizione elettorale di dimensioni territorialmente ridotte.

La ratio di tale interpretazione deriva da una precedente pronuncia della Corte, e precisamente la sentenza n. 203 del 1975, relativa al sistema elettorale vigente nel 1975 per i Comuni al di sotto dei 5 mila abitanti. In tale sentenza la Corte ha affermato che la circostanza che il legislatore abbia lasciato ai partiti il compito di indicare l’ordine di presentazione delle candidature non lede in alcun modo la libertà di voto del cittadino: a condizione che quest’ultimo sia «pur sempre libero e garantito nella sua manifestazione di volontà, sia nella scelta del raggruppamento che concorre alle elezioni, sia nel votare questo o quel candidato incluso nella lista prescelta, attraverso il voto di preferenza». A questo punto la Corte inserisce però un nuovo elemento: la conoscenza che l’elettore può avere dei candidati in presenza di circoscrizioni elettorali territorialmente ridotte, la quale consentirebbe una deroga al voto espresso attraverso la preferenza diretta. Ed è proprio l’elemento della conoscenza, inteso quale rapporto che l’elettore può potenzialmente avere con i candidati, che radica, secondo il giudizio della Corte, nell’alveo delle legalità costituzionale il c.d. voto indiretto. In sostanza, la Consulta ha ritenuto conforme al dettato costituzionale il c.d. voto indiretto, ovvero quello espresso in assenza di preferenze e con liste bloccate, i cui candidati sono scelti dai partiti ed eletti sulla base del loro posizionamento in lista, in presenza di due condizione che assicurino la conoscenza all’elettore, ovvero: 1) che le circoscrizioni elettorali siano territorialmente ridotte; 2) esiguità del numero dei candidati nelle liste.

Seppur nel più ampio rispetto della sentenza e della Corte, ci sia consentito affermare, che quest’ultima interpretazione ci lascia alquanto perplessi, in quanto non riteniamo sufficiente la mera conoscenza a bilanciare la esclusione di ogni facoltà dell’elettore. Con il voto di preferenza l’elettore esprime il proprio favore al candidato che non solo conosce, ma che sceglie come proprio rappresentante. Con le liste bloccate l’elettore è costretto a votare l’intera lista di candidati, che solo astrattamente potrebbe effettivamente conoscere, ed il suo voto, non essendo diretto, è volto a favorire i candidati con un miglior posizionamento in lista. All’elettore non solo viene negata la possibilità di scegliere chi votare, ma anche quella di scegliere chi non votare, proprio sulla base della conoscenza che egli ha, o può avere, dei candidati in lista. In buona sostanza, è nostro modesto parere, che le c.d. liste bloccate, lunghe o corte che siano, comprimono la realizzazione piena sia dell’elettorato attivo (cittadini), per i motivi che abbiamo appena esposto, sia in relazione all’elettorato passivo (candidati), in quanto creano una ingiusta discriminazione tra gli stessi candidati favorendo unicamente coloro si trovano in un miglior posizionamento in lista. Posizionamento che ricordiamo viene scelto a discrezione dei partiti.

Inoltre, è il caso di ricordare che sul punto le argomentazioni della Consulta si riferivano ad una circoscrizione elettorale inferiore ai 5 mila abitanti, che lasciava ai partiti solo il compito di indicare l’ordine di presentazione delle candidature nelle liste, ma inserita all’interno di una competizione elettorale che garantiva agli elettori la possibilità di scelta dei candidati. Tant’è che è la stessa Corte, nelle motivazioni della sentenza, a sancire la legittimità di tale circostanza unicamente a condizione che il voto sia «pur sempre libero e garantito nella sua manifestazione di volontà, sia nella scelta del raggruppamento che concorre alle elezioni, sia nel votare questo o quel candidato incluso nella lista prescelta, attraverso il voto di preferenza».

Un tratto che nessuno ha evidenziato è quello che, applicando la logica del rapporto di conoscenza tra eletto ed elettore al fine sanare la lesione costituzionale attraverso l’esclusione del voto di preferenza, il sistema a circoscrizioni elettorali ridotte con liste corte imporrebbe a questo punto che i candidati assicurino effettivamente la loro potenziale conoscibilità nei confronti degli elettori, la qual cosa comporterebbe che gli stessi candidati siano effettivamente residenti nelle circoscrizioni nelle quali presentano la propria candidatura. Con la conseguenza che non solo si comprimerebbe il diritto all’elettorato passivo che, in ragione del vincolo della residenza, imporrebbe un legame territoriale tra il candidato ed il collegio elettorale, privando così lo stesso candidato della possibilità di scegliersi il collegio, ma provocherebbe anche un’ulteriore limite: ovvero sottrarrebbe la possibilità ai candidati di correre contemporaneamente in più circoscrizioni elettorali. Circostanza che sovente è stata esercita in passato dei leaders degli schieramenti politici come mezzo di traino dei voti.

Infine, ma è solo la nostra opinione, contrariamente a quanti, forse forzando l’interpretazione resa della Corte, affermano, in presenza delle condizioni descritte in precedenza, che sia conforme al dettato costituzionale il voto indiretto delle liste bloccate, noi riteniamo che una più attenta lettura, al contrario, lo escluda.

La proposta di legge elettorale del PD, litalicum.

Camera dei Deputati:

–      distribuzione dei seggi con metodo proporzionale, con l’assegnazione di un premio di maggioranza eventuale e limitato e l’attribuzione dei seggi su base nazionale.

–      Premio di maggioranza pari al 18% del totale dei seggi in palio alla lista o alla coalizione di liste che abbiano conseguito il maggior numero di voti, assegnato esclusivamente se la lista o la coalizione di liste maggiore ha conseguito almeno il 35% dei consensi.

–      L’attribuzione del premio di maggioranza, ad una lista o ad una coalizione di liste, non può superare il numero di seggi superiore al 55%. L’eventuale parte del premio eccedente viene redistribuita fra le altre liste o coalizioni.

–      Ballottaggio fra le prime due liste o coalizioni di liste qualora nessuna lista o coalizione di liste raggiunga la soglia. Alla lista o coalizione di liste che risulta vincitrice viene attribuito un premio di maggioranza pari al 53% del totale dei seggi in palio. I restanti seggi vengono distribuiti proporzionalmente a tutte le altre liste e coalizioni di liste.

–      Soglie di sbarramento sono pari al 12% per le coalizioni, al 5% per le liste coalizzate e all’8% per le liste non coalizzate.

–      Introduzione di criteri per evitare il fenomeno delle c.d. “liste civetta”.

–      Circoscrizioni molto piccole (da 4 a 5 seggi in palio al massimo), con i nominativi dei candidati stampati direttamente sulla scheda.

–      Liste bloccate e corte; vale l’ordine di presentazione in lista ai fini dell’attribuzione.

–      dei seggi utilizzando criteri che garantiscano il riequilibrio di genere.

Senato della Repubblica:

–      medesime modalità di assegnazione dei seggi, con le stesse percentuali e soglie di sbarramento della Camera.

–      Per garantire l’elezione a base regionale prevista dall’articolo 57 della Costituzione è stabilito un metodo che assicuri l’attribuzione dei seggi anche del premio sul base interamente regionale. Più in generale, l’impianto delle norme per il Senato è analogo a quello la Camera.

L’italicum rappresenta certamente una proposta di legge elettorale che ha più pregi. Assicura la stabilità di governo senza la necessità di dover ricorrere alle larghe intese, e favorisce, nel tempo, la piena realizzazione del bipolarismo, anche grazie alla introduzione del doppio turno elettorale.

Tuttavia ci siano permessi dei dubbi. In particolare, anche alla luce delle motivazioni della sentenza che ha dichiarato l’incostituzionalità del porcellum, nutriamo delle perplessità di liceità al dettato costituzionale in relazione ai seguenti punti:

1)       il premio di maggioranza attribuito con criteri differenti per la Camera e per il Senato, configgerebbe con quanto sancito sul punto dalle motivazioni della Corte Costituzionale.

2)       Il voto indiretto senza preferenza in presenza di liste bloccate, seppur, corte.

3)       L’impossibilità di formare circoscrizioni elettorali inferiori ai 5 mila abitanti.

4)       La determinazione di una soglia troppo bassa, fissata al primo turno elettorale, al 35%  per ottenere l’assegnazione di un premio di maggioranza pari al 18%.

5)       La mancata previsione dei criteri di attribuzione dei seggi in relazione al voto delle circoscrizioni estere.

Ritornando alla questione delle liste bloccate ed alla mancanza del voto diretto, è doveroso ricordare che il referendum popolare del 9 giugno 1991 abrogò, con 95,6% dei consensi, il voto di preferenza multipla. Era voce sostanzialmente unanime che la tripla preferenza fosse, da una parte, una forma antidemocratica di controllo del voto utilizzata dai partiti, e che dall’altra essa favoriva il voto di scambio ed il c.d. voto mafioso. Moltissimi politici, anche nel centrosinistra, fino a poco tempo fa si sono espressi in favore delle liste bloccate e del voto alla lista. Tra questi ricordiamo a titolo esemplificativo: Pierluigi Bersani, Luciano Violante ed Anna Finocchiaro.

Occorrerebbe trovare il coraggio di guardare alla vicenda delle liste bloccate non tanto da un osservatorio giuridico, dietro al quale trincerarsi, e così abdicare al primato della politica, ma da un osservatorio meramente politico, anche al fine di restituire alla politica quel primato (così caro a D’Alema) di cui la magistratura dai tempi di tangentopoli si è appropriata. Chi oggi, soprattutto all’interno del PD, si dice contrario ad una legge elettorale che non preveda la possibilità del voto diretto al candidato, dovrebbe spiegarci, prima, le ragioni politiche del proprio ravvedimento, poi, i mutamenti sociali che hanno permesso oggi di superare gli ostacoli antidemocratici insiti con il voto diretto. Non è infatti una coincidenza se, alle elezioni regionali, il voto di preferenze è espresso solo dal 14% in Lombardia, mentre tocca il picco del 90% in Calabria.

La modifica del Senato della Repubblica in una sorta di camera delle autonomie, ed il pedissequo superamento del bicameralismo perfetto, sarebbe realmente auspicabile. Le ragioni in tal senso sono ben note, e non vale la pena soffermarsi qui ad elencarle. Basti pensare che così finirebbe una volta per sempre l’iter della c.d. legge navetta.

Tuttavia la proposta di modifica del Senato è, allo stato, troppo embrionale. A cominciare proprio dai futuri senatori. Sindaci? Presidenti di Regione? Amministratori locali? Chi saranno i nuovi senatori, e con quali criteri sanno chiamati (senza stipendio) a ricoprire il seggio?

Che poteri avrà il nuovo Senato? Potrà legiferare in materia regionale, o si limiterà a formulare proposte di legge da inviare alla Camera?

Il nuovo Senato, voterà la fiducia al Governo? I senatori eleggeranno ancora il Presidente della Repubblica, i giudici della Corte Costituzionale, i membri delle Autorità di garanzia? Godranno i nuovi senatori della immunità parlamentare di cui all’art. 68 Cost.? Che fine farà, o come verrà modificato il regolamento del Senato? I senatori a vita diverranno deputati a vita? L’attuale seconda carica dello Stato, ovvero il Presidente del Senato che ruolo assumerà?

Da queste poche domande è evidente che la modifica del Senato, comporterà una vera e propria revisione della Carta costituzionale che non inciderà solo sul ruolo del Parlamento, ma anche sul ruolo del Presidente della Repubblica, del Governo, delle Regioni e delle Province, della Corte Costituzionale, del Csm. In sostanza sarà la più grande modifica degli assetti e degli equilibri di potere dall’entrata in vigore della costituzione.

Il superamento del bicameralismo perfetto unitamente alla introduzione di una legge elettorale volta ad assicurare stabilità di Governo e bipolarismo, certamente non possono che essere viste con favore. Non ci resta che attendere i dettagli della proposta di riforma del Senato prima di poter esprimere una qualsivoglia opinione in proposito.

Siamo favorevoli, seppur con i dubbi evidenziati, al pacchetto di riforme proposte dal Partito Democratico. Esse hanno il merito di superare l’immobilismo riformista che da sempre paralizza il Paese, e saranno capaci di ridurre il divario che separa l’Italia dai paesi traino dell’Europa, almeno per quanto attiene al c.d. stato apparato. Per dirla con Sergio Fabbrini (Sole 24 Ore del 25.1.2014) C’è unattrazione fatale di una parte considerevole della nostra classe politica verso la grande bellezza della conservazione. Tre vizi in particolare: il massimalismo, il particolarismo, e il consensualismo.

Venerando Monello