Attraverso la storia del PCI si è pensato in varie forme di costruire uno stato senza costruire una borghesia. Questo stato ha conquistato la penisola in maniera diseguale, con una distribuzione variabile a seconda delle aree geografiche. Ha dato occupazione ad un ceto che non era in partenza borghesia, né si qualificava come tale, pur condividendo con essa segni e stili che hanno caratterizzato l’aspirazione al benessere. Ma questa dinamica occupazionale ha, forse prevedibilmente, determinato un’identità di classe qualificabile come borghese solo nei termini di quelle aspirazioni caratterizzate da quei segni e da quelli stili.

Questo ceto, che, occupandosi, ha occupato lo stato, può essere a buon diritto definito come microborghesia promossa dal debito considerato che le sue aspirazioni si sono tradotte nella concretezza di uno stile di vita grazie al massiccio indebitamento pubblico. Posto fisso, stipendio, casa di proprietà, sanità e scuola di base gratuita, università quasi, ferie e pensione garantite. Questo benessere è stato conseguito senza il bisogno di transitare dalla condizione culturale di partenza, sostanzialmente rurale, ad una nuova, diciamo urbana, borghese nei termini marxisti classici.

Questo ceto vota. Questo ceto decide. Questo ceto determina l’immobilismo di una dimensione pubblica che ha garantito un benessere senza chiedere in cambio una mutazione antropologica, una promozione sociale che fosse basata su un cambiamento di mentalità invece che sull’adozione di segni e stili caratterizzanti. L’assenza di questa transizione spiega il paradosso per cui l’impiegato inefficiente delle poste di Catorcio di Sopra si lamenta della capienza del parcheggio dell’Ospedale di Catorcio di Sotto, dove abita in una casa costruita accanto all’antico casale del nonno, parcheggiando il SUV preso in leasing nel garage condonato. E vota per il Movimento Cinque Stelle, sublimando il suo lamento nell’improperio contro la kasta.

Come si vede, la questione è nodale e va affrontata in termini paradossali, ragionando su come si possa riuscire a fare del PD un partito borghese, sapendo benissimo che lo è già. Il nostro dramma è che non abbiamo il coraggio di pensarci come un partito borghese, anzi, come un partito che addirittura si debba far carico di promuovere la transizione da una cultura rurale a una borghese. Per questo motivo finiamo per rappresentare tutto ed il suo contrario, finendo per rimanere impigliati nella dimensione del Partito Mondo, aperto a tutto, ma incapace di rappresentare veramente, fino in fondo qualcuno in particolare.

L’elemento qualificante che deve essere messo alla base della nostra trasmutazione concreta in un partito socialdemocratico europeo è proprio la rinuncia all’aspirazione di mantenere uno stato forte e distribuito senza costruire una borghesia. Paradossale che possa sembrare, è proprio l’ex partito comunista Italiano che dovrà farsi carico di questo compito in Italia, utilizzando come strumento principale l’educazione e la formazione a tutti i livelli. C’è innanzitutto bisogno di una riforma consapevole della scuola che smobiliti l’impianto del seminario diocesano (mantenutosi nel nostro impianto attraverso tutte le riforme e restaurato dalle ultime marcatamente di destra), edificando al suo posto un modello formativo che educhi alla dimensione individuale dell’impegno civico.

Si tratta, infatti, di transitare da una visione incentrata sul conflitto tra capitale e lavoro ad una che investa sulla dimensione individuale del capitale umano mediante una valorizzazione dell’educazione di base e un suo solido aggancio a una prospettiva di formazione culturale che attraversa tutte le stagioni della vita. Solo in questo modo diviene possibile immaginare una crescita non più incentrata sull’incentivazione dei consumi, quanto piuttosto sull’eguale accesso ai diritti, che rappresenti la premessa a qualunque idea di civiltà, ma, allo stesso tempo, anche uno straordinario fattore di sviluppo economico. Infatti, lo spostamento di valore dalle cose alle persone, dalla patrimonializzazione nel mattone alla valorizzazione delle conoscenze individuali, mediante l’aggancio delle dimensioni educativa, formativa e culturale, si crea una ricchezza mobile, ma mai scorporata da quella matrice umana che si traduce in lavoro.