In riferimento a Come si diventa un Partito Socialista Europeo

Con la fine della guerra fredda,  finisce anche la contrapposizione fra socialismo rivoluzionario e socialismo riformista, così come, qualche decennio prima, era finita la contrapposizione fra capitalismo autoritario statale e capitalismo democratico. Se nel 1941 si contavano 11 paesi democratici in tutto il mondo ,questi nel 2010  erano divenuti 120,  mentre i partiti comunisti al potere erano ridotti a 4 in tutto il mondo e i partiti comunisti nei paesi occidentali raramente superano il 3-4 % dell’intero elettorato. Al di là della denominazione (partito socialdemocratico, partito dei lavoratori, partito democratico e basta) la coppia vincente all’inizio del nuovo secolo per i progressisti  è  dunque  democrazia + socialismo – con l’eccezione degli Usa dove la parola socialismo é ancora un tabù. Il limite dell’articolo di apertura del dibattito e di gran parte dei commenti che ne sono seguiti (compreso il lungo elenco  su cosa deve fare la socialdemocrazia ) é dunque quello di affrontare solo un corno del problema” il socialismo” dimenticandosi dell’altro “la democrazia”. Oggi l’emergenza é la democrazia, in pericolo in tutto il mondo, e  senza lo sviluppo della quale nessuna politica “ socialista “ può andare avanti né in Italia né altrove. E’ in questo contesto che si deve parlare di borghesia e di nuova classe dirigente. Dall’analisi di Sylos Labini sulle classi sociali sono passati 40 anni senza un aggiornamento puntuale di quell’analisi che fu alla base di molte politiche sociali. Da allora molte cose sono cambiate ,con un colossale trasferimento di ricchezza dal lavoro alla rendita  e con una concentrazione di potere in una nuova elitè transnazionale  formata da  proprietari di grandi patrimoni (azionari od immobiliari) elite universitaria, top manager, banchieri, denominata da Robert Frank  il Richistan, che formano la vera classe dirigente occidentale che ha esautorato gran parte delle classi dirigenti nazionali, compresa l’Italia.  La crisi delle politiche socialiste degli ultimi trentanni in Europa deriva quindi essenzialmente dalla crisi delle forme di gestione democratica dei problemi, troppo spesso irrisolubili da un punto di vista nazionale: oltre ai problemi dell’ambiente basti pensare all’evasione-erosione  fiscale internazionale,al dumping sociale ,alla criminalità organizzata. A questo quadro di impotenza si affianca quello che l’Economist ha definito la disilluzione della democrazia sintetizzata in: sviluppo di democrazia di facciata(Russia,Venezuela,Argentina) o peggio di una democrazia maggioritaria (chi vince prende tutto come in Egitto con Morsi o in Sud Africa con il national party) ovvero della micro democrazia localistica (emblematico lo slogan not in my courtyard) dove interessi di micropoteri e lobby organizate impediscono lo sviluppo di progetti di interesse generale di più lungo periodo. Questa impotenza della democrazia é poi sublimata dalla cessione di potere a centri internazionali, fatto in sé non negativo, se fosse parte di una strategia politica di superamento dello stato nazione e non subìta come una espropiazione. Il paradosso che ne vien fuori è che tutti chiedono qualcosa allo stato ma nello stesso tempo lo disprezzano delegittimando tutte le istituzioni e in primis i partiti . Da qui lo sviluppo di movimenti e formazioni politiche di destra che sognano il ritorno a sane politiche nazionalistiche alimentate da una crisi economica che sembra non trovare uno sbocco definitivo. Se a tutto questo si accompagna poi il successo di economie asiatiche autoritarie come la Cina  e  Singapore i pericoli per la democrazia aumentano. Cina e Singapore sono il paradigma del nuovo capitalismo di derivazione confuciana e non più weberiana, il top dell’efficienza è garantito da un potere statale assoluto che non tollera nessuna opposizione ma che con un sano pragmatismo cambia la classe dirigente ogni dieci anni in base ad un sistema di selezione e cooptazione dei più meritevoli in base agli effettivi risultati raggiunti negli anni precedenti. Il tutto accompagnato da una politica sociale che potremmo definire “compassionevole” ma che, per esempio in Cina, ha portato in pochi anni ad assegnare una pensione ad oltre 240 milioni di cinesi. E’ in questo contesto che dobbiamo parlare della ricostruzione in Italia di una nuova classe dirigente  basata su una seria analisi di come oggi è strutturata  la società italiana e su quali forze puntare per essere all’altezza del compito della ricostruzione di un terreno democratico senza il quale parlare di politiche socialiste ha poco senso. L’attuale attivismo del segretario del nostro partito se va lodato per la passione con cui affronta problemi incancreniti da anni va però biasimato per la spregiudicatezza e la superficialità con cui affronta il problema di diridare fiato alla democrazia e dignità alla politica. Tagliare i centri decisionali per semplificare la democrazia non credo sia sufficiente anzi potrebbe ottenere l’esatto contrario. Su questo la cultura politica di Renzi è estremamnte carente  :sta al partito tutto sopperire alle carenze culturali del suo leader, sempre che lo voglia :Ciò è reso più complicatodal fatto che tutta la politica culturale del nostro partito che è carente. La sfida dei prossimi anni é dunque costruire un partito capace di formare una propria  classe dirigente che apprenda dal meglio di quanto succede nel mondo globalizzato per poterlo adattare in Italia.

Andrea Secci