Sono felice di aver aderito al progetto lanciato da Francesco Cerasani e dal PD di Bruxelles di contribuire al cambiamento del sintagma mentale degli iscritti, dei simpatizzanti e dei dirigenti del PD  verso un’ottica europea che favorisca l’ europeizzazione di ogni nostro atto politico. Cosa ormai ineludibile e necessaria.  Essere europei, pensarsi, vivere da europei richiede tempi lunghi di metabolizzazione.  Penso perciò che questo progetto avremmo dovuto metterlo in atto già da molto tempo: abbiamo iniziato troppo tardi e questo non ci ha fatto arrivare completamente preparati e forti ad affrontare queste elezioni europee.   Meglio tardi che mai.

Sono segretario di Circolo e, da questa angolazione, mi compete parlare: del nostro lavoro, delle nostre esperienze per europeizzare il PD.  Vi confesso che alcuni tentativi erano già in atto, da qualche
anno, nel nostro Circolo aprendo a dibattiti sull’Europa e le sue politiche, creando già un’abitudine a riflettere su temi comuni con i rappresentanti di diversi partiti socialisti europei, ma tutto è rimasto solo all’interno di uno scambio di punti di vista. La novità di questo progetto è che per la prima volta si pone in modo forte il problema, la necessità, e forse è questo il tempo giusto, di europeizzarci. Cosa vuol dire? Come procedere? Lo vedremo solo vivendo, diceva una canzone.
Io parto sempre da una esperienza personale. Quando, lavorando nella redazione del giornale Radio Rai, mi assegnarono alla rubrica “Radio Europa”, dopo sei mesi avevo deciso di licenziarmi perché non capivo cosa volesse dire il mio caporedattore dicendo che i miei pezzi erano buoni ma non c’ era l’ Europa. Mi convinse a restare assicurandomi che avevo le qualità per poter capire. E fu un’esperienza tra le più importanti e belle della mia vita. Sento l’Europa nel mio DNA.  La rubrica Radio Europa è stata chiusa ormai da cinque anni. Giorni fa quando ho chiamato il mio caporedattore per salutarlo questi mi ha detto che ha rifiutato la nuova rubrica sull’Europa che la Rai voleva affidargli perché “Non si sente più così preso dal tema. Resto europeista si, ma non ho grandi idee da spendere”.
Questa involuzione mi ha spaventato.
Come mi spaventa il fatto che non siamo coscienti che i diritti non sono acquisiti definitivamente, ma vanno sempre difesi e salvaguardati.  Come mi spaventa una forma di disamoramento che ha prodotto
una classe di burocrati funzionari internazionali, che con sicumera e pretenziosità si impadronisce delle istituzioni europee. Certo la politica nazionale e internazionale non ha aiutato a mitigare il disamoramento e anche noi italiani, noi, del Pd, presi da elezioni e vicende interne, abbiamo lasciato a un debole balbettìo l’ essere europei, sentendo queste elezioni, più una minaccia che una partita nuova, bella e potenziale da giocare. Mi sono accorta che, per esempio, anche nelle riunioni del nostro Circolo, a partire da me stessa, era alquanto difficile elaborare frasi per comunicare la nostra Europa: non siamo riusciti più di tanto a superare le semplificazioni giornalistiche. Dobbiamo dunque ripartire dalle problematiche più coinvolgenti: innovazione, riforma agricola, Erasmus. E di queste dobbiamo, possiamo, vogliamo, discuterne insieme perché diventino nostre. Si potrebbe, per esempio, lanciare un tema europeo a livello nazionale elaborarlo e discuterlo nei Circoli, per due/tre mesi, poi
fare un fine settimana di mobilitazione su quel tema volantinando e confrontandoci con i cittadini.
Sabato scorso, 10 maggio alle ore 11, approfittando dell’iscrizione al nostro Circolo di un giornalista enogastronomico, abbiamo organizzato un incontro per parlare di vino, cibo e dei necessari
controlli e certificazioni di origine europee . Tema, giorno ed orario erano azzardati ma ho voluto sperimentare. La mia meraviglia nel contare 45 persone attente che prendevano
appunti e non la smettevano di fare domande per esaudire la loro curiosità, mi ha fatto sentire che eravamo nel giusto nell’affrontare tematiche che, magari, se accendi internet o la tv, puoi benissimo esserne messo a conoscenza, ma che la dimensione sociale e politica di una sezione di partito poneva in
un’ottica non di semplice curiosità. Un’altra considerazione sempre di carattere personale: ho un’età
sufficiente per ricordare l’emozione di venire in contatto e farmi permeare da mondi e culture sconosciute, la gioia di arrivarci prima con lo studio me li faceva apprezzare maggiormente. Lo stesso mio piccolo internazionalismo che aspettava le feste dell’Unità per esprimersi con la mente emotiva in subbuglio. Oggi segue altre rotte: tutto è troppo detto, visto, dato e superficialmente noioso.
Non sarebbe il caso di riprenderci il nostro modo politico, la nostra visione di partito di interpretare il mondo e in primo luogo l’ Europa, uscendo dalla melassa di internet? Speriamo, lottiamo ancora e sempre più in questi giorni perché il prossimo presidente della commissione europea sia Martin
Schulz. Proprio perché vinceremo la prima idea di Europa da affermare all’interno del PD è che le istituzioni sono di tutti e che le riforme strutturali si fanno in modo condiviso. Del resto, il problema è lo
stesso: in Europa ed in Italia è importante contrastare la filosofia oggi imperante del vincitore che comanda su tutto. Inoltre la cultura del bipolarismo a tutti i costi è sempre più sconfessata dai
dati di fatto in tutti i paesi europei.  Dunque Democrazia

Il vero imperativo per il Partito Democratico oggi è diffondere presso i giovani, attratti come una calamita dal grillismo distruttivo , l’idea che l’Europa è stata un progetto prima di tutto culturale, nato dalle macerie della seconda guerra mondiale, un progetto che ha portato un’era di pace senza precedenti fra le Nazioni europee.  Dunque Storia.

L’ Europa è uno strumento di pace e proprio per questo bisogna superare gli interessi di parte. Occorre un maggiore e paziente lavoro di integrazione economica. L’abolizione delle frontiere, la circolazione degli studenti con l’ Erasmus , la stessa moneta unica fanno si che i giovani si sentano sempre più cosmopoliti ma forse non altrettanto europei. Promuovere la nascita di un Partito europeo sarebbe un potente incentivo per far capire che l’Europa aiuta a risolvere i problemi in modo pacifico senza violenze. Oggi l’Europa è di nuovo circondata da focolai di guerra dal Mediterraneo al Medio Oriente, ai confini
dell’est; conflitti che stanno provocando la fuga di milioni di profughi. L’ Europa deve cambiare politica di vicinato e dare una speranza non solo ai propri giovani ma anche a quelli dei paesi confinanti dove alla disoccupazione e alla disperazione si accompagna un reale pericolo di vita.  Dunque Politica e Pace

L’Europa ha già piani di investimenti europei per creare lavoro per i giovani. Ma perché il nostro Partito che oggi si pone all’interno del PSE non diventa protagonista di questo Sviluppo, disegnando il proprio progetto sociale?  Dunque Sviluppo.

Politica, Democrazia, Pace e Sviluppo sono oggi gli imperativi di un PD europeo.

Quattro parole da coniugare con Ricerca, Partecipazione, Sostenibilità.
L’ entusiasmo potrebbe essere il condimento che ci ritroveremo, soprattutto se riusciamo ad entrare nel flusso dei cambiamenti mentali, sociali, economici profondi che attraversano e stanno scuotendo il mondo. Dobbiamo cominciare da noi, dall’Europa, esserne protagonisti.
Proviamo a sentire che ogni giorno può succedere qualcosa di rivoluzionario.

Giulia Urso