A differenza della piccola borghesia che emerge e si struttura grazie al piano Marshall e al boom economico, il classico signor Rossi di Bruno Bozzetto per intenderci, l’attuale microborghesia alimentata dal debito pubblico non si identifica col posto fisso, la casa di proprietà e la macchina. Nella sua visione, questi elementi caratterizzanti della vita italiana media sono dei “diritti”, acquisizioni scontate delle quali si sostanzia il normale flusso della vita familiare, così come la scuola e la sanità pubblica. E, a differenza del signor Rossi, il microborghese attuale non si identifica nemmeno con la famiglia, proiettandosi, invece, in una dimensione di appartenenza che si sostanzia del divertimento, anche in senso etimologico.
Questo spostamento del desiderio dalla condizione materiale a quella di una idealizzazione avventurosa viene saturata dalla professionalizzazione degli hobbies. Poco importa se il microborghese alimentato dal debito pubblico lavora alle poste, in banca, nella pubblica amministrazione, in uno studio legale o di dentista, dietro la cassa di un supermercato o il banco di un bar. La sua vera identità è in realtà quella della sommozzatrice, del tennista o del free climber a seconda della rotazione stagionale delle attrezzature sportive da Decathlon, ma anche della arredatrice Ikea, del viaggiatore low-cost, dell’enologa o chef made in Eataly, del giardiniere Leroy Merlin.
In condizioni normali di crescita economica, che garantisce la trasformazione del debito pubblico in stipendio, dello stipendio in garanzia bancaria, dunque l’accesso al credito, con conseguente indebitamento privato, questo meccanismo di scissione identitaria si mantiene su un piano di equilibrio borderline. Il posto è al sicuro, lo stipendio entra regolarmente, le rate della macchina e della tecnologia sottoutilizzata si pagano senza affanno, come il mutuo, rimangono anche i soldi necessari alla totemizzazione dei figli e dell’animale domestico e all’acquisto dei punti luce che sostituiscono il lampadario della nonna. Lo spazio di proiezione che rimane pericolosamente vuoto è comunque saturabile grazie alla televisione, la crociera nel mediterraneo, l’amante più o meno virtuale, nei casi limite dal videopoker o dalla prostituzione.
La crisi economica mette invece in discussione tutto questo sistema in una maniera ingestibile. La casa di proprietà, ancora non pagata per intero, non ha più nessun valore, perché è brutta e nessuno la vuole, lo stipendio viene minacciato dall’esubero e dai tagli, la pensione è a rischio, la finanziaria minaccia di riprendersi la macchina e la tecnologia sottoutilizzata, i figli tornano ad essere individui reali, dunque spaventosi, il cane una rottura di coglioni. A differenza del signor Rossi, la microborghesia promossa dal debito non teme la crisi più di ogni altra cosa per il semplice motivo che si troverà costretta a tirare la cinghia, quanto piuttosto perché si troverà proiettata in una dimensione identitaria che coincide con la propria condizione materiale.
Come cenerentola a mezzanotte la sommozzatrice Anna (diamole un nome come farebbe il Renzi, dai) ridiventa per incanto cassiera di supermercato, Paolo lo chef si ritrova a dover lottare coi denti per mantenere il lavoro in banca, l’avventurosa Giada, viaggiatrice low cost si ritrova a fare la segretaria, come per magia, anche se era il suo lavoro da dieci anni. La racchetta da tennis da 19 euro torna ad essere un attrezzo pateticamente dilettantistico, i fiori sul terrazzo appaiono per quello che sono senza il filtro Instagram, la cena impiattata e la bottiglia di Traminer perdono ogni magia. Anna, Paolo, Giada, e Marco il barista free cliber, Giovanna la paralegale tennista, tutti quanti avvertono la minaccia che pesa sopra il loro ceto microborghese promosso dal debito pubblico: quella della proletarizzazione di ritorno.
Ritornare ad essere se stessi è un’esperienza frustrante se non sei stato educato a riconosce e raffinare le modulazioni di un desiderio che hai sempre vissuto come pura proiezione ideale nei panni di un te stesso diverso. Ci puoi rimanere sotto di brutto alla  crisi depressiva che inevitabilmente si abbatte su di te, perché non c’è nulla che ti deprima di più della sola idea di tornare ad essere proletario. La vivi come una nominescion al grande fratello, che devi fare le valigie e andartene dalla casa catodica, tornando ad una vita in cui l’unica telecamera che ti riprende è quella di tuo marito al battesimo del nipote.
È quella la tua cultura, almeno da quando il programma TV più rivoluzionario di tutti i tempi ha disintermediato l’accesso alla comunicazione di massa. Anche tu puoi dire la tua davanti a milioni di persone, anche se in realtà non hai niente da dire. E soprattutto non vuoi uscire, perché nell’eterna Seconda Media che è la tua vita essere vittima delle pratiche di esclusione è una morte sociale peggiore di quella vera. Dunque, chi uscirà stasera? Anna, Paolo, Giada, Marco o Giovanna? Finché rimane aperta la speranza di rimanere dentro, allora il conflitto rimane interno al gruppo, ma cosa accade quando arriva qualcuno, un comico con la barba ad esempio, a spiegare che, in realtà, usciranno tutti?

(continua)