Ho sognato che uscivo con una tipa che si chiamava Sinistra Delpiddì. Il nome era suggestivo e con la mia lancia Y vecchio modello blu ereditata da mio nonno mi recavo a prenderla a Via del Governo Vecchio, dove apparentemente abitava. Prendendo il varco non attivo a Via di Panico mi rendevo conto di non aver lavato la macchina, che obiettivamente sembrava abitata da un clochard. Immaginavo il suo abito rosso di Van Noten (o sarebbe stato un Lanvin?) sul sedile ancora impregnato di sale del costume bagnato di mio figlio dopo l’ultima vacanza in Grecia e realizzavo che non me l’avrebbe mai data (sì, è un sogno politicamente scorretto, mi capita di farne). Ma vedendola arrivare con indosso un poncho de La Chiave e le Camper avvertivo una fitta al fegato: dacché mi sentivo inadeguato per l’occasione, immediatamente un istinto di sopravvivenza mi suggeriva di accendere il motore e schizzare via su Corso Vittorio facendo finta che non ero io. Ma troppo tardi: mi sorrideva, allora scendevo e le aprivo la portiera facendola salire. Sembrava a suo agio nella macchina da clochard, quasi provasse l’ebbrezza dell’occasione speciale, della rapina di autofinanziamento, dell’appostamento sotto casa del delegato FIAT. Neanche ci eravamo salutati che già sproloquiava di proletariato e operaismo. Quindi proponeva un ristorante vegano appena aperto, che col dàmpin cinese e l’eurocrazia non c’era alternativa. La facevo salire perplesso.

Salto di tempo ed eravamo sulla Tiburtina, niente ristorante vegano evidentemente, ma non se la smetteva di scassare parlando di proletariato buono e borghesia dei rentier, col tono di chi mai in vita sua messo il naso fuori dalle Mura Aureliane, se non per andare a Capalbio o al Circeo. Con le balle fumanti accostavo un attimo sulla A24 altezza raccordo e in una furia isterica solo contemperata dal sarcasmo me ne uscivo dicendo che adesso quasi quasi la portavo a Tor Cervara a farci il selfie con gli operai della Voxon! Quando cominciava a saltare sul sedile entusiasta le dovevo spiegare che l’occupazione non l’avevano sgombrata le guardie, aveva proprio chiuso la Voxon vent’anni fa, nel 1985! E comunque soggiungevo che anche secondo uichipèdia quando nel 1979 provavi ad entrare in fabbrica con la tessera del piccì in tasca era capace che ti sparavano, no le guardie, gli operai proprio, che le guardie, peraltro, ce le mandava Pecchioli. Sinistra cominciava a preoccuparsi quando, trasportato da un’estasi isterica, guidato da un desiderio folle, mi spingevo fuori dal raccordo. Mi chiedeva dove andavo e io avevo chiaramente in testa una destinazione. Volevo sentirla ripetere quella atomica cappellata della bolla finanziaria che ci ha scatenato la crisi strutturale addosso che in qualche maniera, poco chiara a dire il vero, si legava alla questione del valore d’uso e valore di scambio dei beni materiali.

Però a Settecamini me la doveva raccontare, no a Via del Governo Vecchio. Perché chissà come mai avevo la sensazione che i settecaminesi avessero proprio lavorato una vita per costruire un posto orrendo. E gliela volevo far vedere dal vivo la famosa patrimonializzazione dell’economia, che tutto il paese di Settecamini intero, tale quale si apriva nel suo complesso al nostro sguardo patrimonializza il valore di un pacchetto di brùclin allo spìarmint, patrimonializza. E mi sfuggiva pure cosa c’entrasse l’eurocrazia e ancor più il dàmpin indocinese con la crisi strutturale di Settecamini. E a quel punto, sorprendentemente, pure a lei. Che in effetti Settecamini è aldilà del valore di scambio: non lo scambi proprio con niente, non lo scambi, manco con una baraccopoli di Calcutta, manco con la bidonville del Sinchiang. E quando i figli dei Settecaminesi saranno tutti a Rovereto, a Rotterdam o dove che sia e i genitori prima o poi, speriamo poi, saranno trapassati nel paradiso dei Settecaminesi, ecco che Settecamini proprio te lo tieni là così, come lo vedi ora. Ma vuoto. Diceva che a vederlo aveva anche un suo fascino? Che si, magari Von Trier, Tarantino, che ne sapeva… Certo si poteva chiedere a Cinecittà di accollarselo, Settecamini. Ma le facevo notare che erano soldi pubblici pure quelli, che ce lo dobbiamo ricomprare come Stato dopo averlo pagato col debito pubblico trasformato negli stipendi di quelli che ci abitavano, che ci avevano anche fatto il mutuo sopra, immobile intesso e stipendio di cui sopra a garanzia.

E altro che dàmpin cinese, altro che bolla speculativa: realizzavo in quel momento che il danno vero lo avevano fatto gli italiani istessi, tutti quanti ne erano stati, operai della Voxon compresi. Quel proletariato che a un certo punto era evaporato dentro a un indistinto ceto medio, definito dalla parabola satellitare senza passare dal via, cioè da una scuola in grado di veicolare una cultura urbana, il valore della diversità da ciò che è troppo uguale a te, perché ti è cresciuto accanto, che qualunque cosa appena distante ti fa paura. E quel proletariato di cui la mia amica sproloquiava, terrorizzato da tutto ciò che è diverso, si era riparato dentro a quelle capitali dell’orrore, riparandosi sotto l’ombrello dei teleimbonitori, delle leghe, dei grilli. E realizzavo pure che la mia amica Sinistra Delpiddì non me l’avrebbe mai data per un motivo tanto evidente quanto semplice: che proprio non la volevo io. E il sogno finiva che la scaricavo alla stazione di Tivoli, che dovevo andare a Guidonia a tatuarmi “Eataly” grosso così sulla spalla.

Anatole Pierre Fuksas