di Anatole Pierre Fuksas

Secondo l’ontologia corrente, anche nota come wikipedia, «I barbari è un saggio scritto e pubblicato in trenta puntate da Alessandro Baricco su Repubblica dal 12 maggio al 21 ottobre del 2006 […] Il 21 novembre 2006, la raccolta degli articoli, con qualche aggiunta e un rimaneggiamento dei titoli di capitoli e paragrafi, esce in formato libro, in edicola col giornale, per La biblioteca di Repubblica con il titolo I barbari». Citando un passo chiave dell’autore medesimo, la stessa fonte identifica l’assunto-chiave di questo lavoro saggistico nell’idea che sia, o possiamo forse già dire fosse in atto «uno smantellamento sistematico di tutto l’armamentario mentale ereditato dalla cultura ottocentesca, romantica e borghese». La percezione collettiva di uno sgomento da invasione barbarica, come di fronte a «una terra saccheggiata da predatori senza cultura né storia» dipenderebbe secondo Baricco dal venir meno di queste categorie sulle quali si fonda l’idea stessa di cultura per come l’abbiamo conosciuta nel secondo dopoguerra, diciamo da E. R. Curtius alla professoressa delle superiori che legge (va?) Seta sul bagnasciuga.

Secondo Baricco questa mutazione si produce a causa dell’ascesa di una nuova categoria sociale che accede ad uno spazio di privilegio e si ritrova supportata dall’innovazione tecnologica nel suo dotarsi di strumenti di comprensione e governo del mondo, sostanzialmente la rete. L’autore de I barbari sosteneva che sarà necessario rinunciare alla categoria dello scontro di civiltà, declinata nel senso di una contrapposizione tra civiltà e barbarie, perché questa mutazione possa essere in qualche misura gestita e governata, ovvero condotta ad esiti positivi, quantomeno non drammatici. Che ci piaccia o no, questa analisi si dimostra certamente molto lucida e di straordinaria attualità, ma i suoi esiti sintetici si basano su una scarsa capacità di posizionamento all’interno delle categorie culturali grazie alle quali pretende di comprendere, descrivere e interpretare la cronaca corrente.
Sostanzialmente, in un’epoca nella quale grillini e social network, bisogna dirlo, non configuravano ancora il genere di problematica sociale che configurano oggi, Baricco suggeriva un approccio al problema errato per la sola e semplicissima ragione che il barbaro credeva di essere lui. Ora siamo ben d’accordo che ognuno è in una certa misura il barbaro di qualcun altro e concordiamo anche sul fatto che City possa rappresentare il momento più basso della storia della letteratura italiana prima di Moccia e Volo. Ugualmente, non ci sentiremo di obiettare alcunché all’idea che il programma televisivo L’amore è un dardo sia l’equivalente televisivo della fossa delle Marianne per la storia dell’emittenza televisiva pubblica prima di Masterpiece.
Malgrado ciò (e molto altro) rimane comunque incontrovertibile il fatto che nulla di quanto Baricco abbia prodotto nella sua carriera rappresenterà mai una barbarie paragonabile a quella nella quale l’Italia si è trovata immersa nella sua storia più recente. Idolo delle professoresse di scuola, per le quali egli ancora rappresenta quello che Raul Bova rappresenta per tutte le altre italiane, Baricco è ancora largamente al di qua della barbarie, malgrado le gerarchie della letteratura a lui tanto invise non abbiano mai avuto la pietà di concedergli uno Strega o almeno un Campiello, che davvero ormai non si nega manco ai cani. Se non potremo parlare di Baricco come di un Gregorio di Tours o un Isidoro di Siviglia è proprio perché la sua scrittura non ha mai veramente coinvolto la moltitudine barbarica, al servizio della quale non si è mai veramente messo, rimanendo piuttosto in un campo elitario equidistante dalla Ggente e dalla Ka$ta.
L’immagine iconica che sempre assoceremo al suo nome è quella della prof di lettere che legge in spiaggia, o forse a quella del suo studente preferito, che scarabocchia le sue appassionate righe sul moleskine comprato da Feltrinelli. Dunque sempre lo penseremo fatto di quella sostanza di cui sono fatte le inquietudini adolescenziali vissute male, che per qualche ragione ti portano a diventare allo stesso tempo una delle persone più antipatiche e sopravvalutate del cosmo. Per tutte queste ragioni, reputeremo vano e inutilmente malinconico il suo indulgere e prender parte in quella irritante competizione tra alto e basso di remota origine bachtiniana, certo filtrata da mediatori nazionali di caratura largamente inferiore, che ha rovinato l’Italia, soprattutto grazie alla strenua militanza di RAIUNO.
Caro Baricco, fratello Baricco, forse addirittura compagno Baricco, ammettilo: quando parlavi di barbarie pensavi più alle Odi di Carducci che all’Attila flaccellotittio di Abatantuono. Ci dispiace per te (e un po’ anche per noi), ma tu non sei barbaro più di quanto lo siamo noi, cioè per niente, rassegnati. E rassegnamoci. Il grillino medio che combatte le scie chimiche e coltiva pomodori chilometro zero in terrazzo ti schifa quanto schifa noi altri, quasi non ci distingue (anche se noi, invece, alcuni ziliardi di distinguo vorremmo mantenerli).
Accertato che il barbaro non sei tu, compagno Baricco, pur non condividendo la tua visione sintetica, saremo invece d’accordissimo con la tua analisi, che cioè un ceto barbarico, che poi non è nemmeno un ceto ma una massa indistinta, esiste eccome. Secondo l’impianto proposto nelle puntate precedenti, questa massa emergente di cui parlavi si chiama microborghesia promossa dal debito pubblico e la rete telematica nota come internet è, appunto, il luogo in cui l’identità individuale degli appartenenti e quella collettiva di questa moltitudine matura e si affina, rimanendo sempre uguale. Ed è senza dubbio vero che il tempo libero indentitario dei nostri eroi microborghesi viene speso in maniera solo raramente tangenziale rispetto all’armamentario mentale ereditato dalla cultura ottocentesca, romantica e borghese.
Ad esempio in quel modo in cui Pasquale del Grande Fratello III può essere tangenziale rispetto a, che ne so, Ulrich di Der Mann ohne Eigenschaften, ma anche a Tex Willer; come Emma Marrone può essere tangenziale rispetto a Maria Callas, ma anche rispetto a Patty Smith. Come Moreno può essere tangenziale rispetto a Wagner, ma anche a Ian Curtis. Cioè tipo nel senso che, sperabilmente, piglia la tangenziale e si ritrova a Rieti, senza passare dal via.