di Michele Emmer

Scene orribili, terribili, inumane a Parigi. Passerà alla storia l’immagine del poliziotto francese di origine araba che chiede di non essere ucciso e il terrorista che gli passa accanto, lo uccide e continua la sua corsa. La capacità di uccidere, di uccidere con fredezza, di uccidere con efficacia. Non sono cose che sono nel nostro DNA. Sono cose che si imparano, bisogna essere addestrati non solo ad usare le armi in modo micidiale ed efficace, ma soprattutto ad uccidere degli esseri umani, degli inermi, delle donne, dei bambini. Bisogna vincere quella sorta di solidarietà di razza che fa sentire a ogni essere umano una solidarietà, un’ angoscia, un’ansia quando un altro essere umano, dovunque si trovi, dovunque sia vittima di incidenti, di assassini, stia soffrendo.

Circa un mese fa il giornale francese Le Monde ha dedicato una pagina a questo argomento. In che modo si riesce a convincere in modo totale un essere umano ad uccidere senza aver alcun tipo di problema un altro essere umano. E venivano elencati molti metodi che vengono utilizzati. Il primo fra tutti è la solidarietà di gruppo, il sentirsi parte di una comunità di persone che operano allo stesso modo, nei riguardi della quale comunità bisogna mantenere la propria lealtà, la propria fedeltà. Una complicità che deve essere così forte da rompere anche la solidarietà innata verso la vittima di un atto efferato, criminale. Tutto questo deve essere fatto in modo molto efficace e preciso, l’addestramento all’uso delle diverse armi procede sì di pari passo, ma è in fondo secondario rispetto a questa esigenza di creare un essere umano che agisce in modo preciso e netto senza alcuna remora morale o psicologica perché sa di essere nel giusto, sa di essere superiore alla persona che ucciderà, sa che è lo scopo che unisce il gruppo a cui appartiene.

Gruppo che si sente superiore, migliore, eletto, benedetto. In ogni caso autorizzato a giudicare e condannare tutti gli altri essere umani. In Italia abbiamo vissuto spesso situazioni del genere, le più recenti all’epoca delle Brigate Rosse, che arrivarono ad uccidere il fratello di un pentito, per colpire chi aveva tradito gli ideali comuni. Per non parlare dei vari gruppi malavitosi e dei loro rituali.

Di questo parla il film di Clint Eastwood American Sniper, la storia vera di un cecchino delle forze armate USA, Chris Kyle, che ha il compito di proteggere dall’alto dei tetti con il suo fucile ad alta precisione i compagni che operano tra le case. Un soldato che arriverà ad uccidere 160 persone, comprese donne e bambini, che diventerà una leggenda negli USA. È un soldato super addestrato, fa parte del corpo di elite dei Navy Seals, il gruppo che ha ucciso Osama Bin Laden. Ci sono le solite scene di come vengono addestrati all’odio dai loro addestratori, di come vivono con il mito della forza propria e del loro paese, paese che va difeso ad ogni costo.

Vengono addestrati ad usare ogni tipo di arma nel modo più efficace e micidiale. Si trova una ragazza il soldato, se la sposa. E poi arriva il momento in cui il soldato è inviato a combattere. Sul campo. La prima esperienza è l’uccisione di un bambino che sta correndo contro i soldati USA tenendo una bomba in mano. Ucciso. La madre raccoglie la bomba e corre anche lei. Uccisa. “Avrei voluto avere dei bersagli diversi come miei primi obiettivi” commenta il soldato. Il cecchino accompagna gli altri soldati nelle operazioni di ricerca dei capi terroristici, cerca di proteggerli con la sua abilità. Continua ad uccidere altre persone sui tetti, in auto, per strada. È lui che individuato un obiettivo deve decidere in pochi istanti che la persona nel suo mirino è o meno un possibile terrorista o comunque un pericolo per gli altri soldati. Non ha dubbi, perché combatte per il suo paese, sta difendendo la sua famiglia negli USA. È il suo lavoro, lavoro nel quale risulta essere il più bravo.

Primo turno in Irak, circa 250 giorni, ritorno a casa negli USA. Comincia a mostare segnali di tensione, di forte emotività, arrivano i figli. Ritorno di nuovo in Irak, oramai è una leggenda, e sparare sta diventando un mestiere normale, uccidere è la cosa che sa fare meglio e lo fa per il suo paese, quindi deve continuare a farlo, lui è il migliore, nessuno lo può sostituire.

Nel film si ripetono sempre le stesse scene. Le tecniche per entrare nelle case a trovare sospetti. Tutti insieme, il primo che sfonda la porta, poi le luci, gli spari, in fila di corsa, cercando di “mettere in sicurezza” l’ambiente, uccidere i sospetti, e lo sono tutti. Un rito che si ripete ogni volta, una sorta di rito iniziatico che fa sentire i soldati uniti, fratelli, pronti a tutto. E poi un soldato muore, e la rabbia, la voglia di uccidere ancora aumenta. Il soldato ritorna di nuovo a casa, ma sospetta di tutto e di tutti, salta addosso a un cane che sta disturbando il figlio. “Stai perdendo la tua umanità”, esclama la moglie, “rivoglio mio marito!”. Lo supplica di restare, non deve tornare per forza in Irak. Ma lui è il migliore, e torna ancora in Irak per uccidere il miglior cecchino dei gruppi terroristici.

Quando torna a casa per l’ultima volta è perso, è cambiato nella sua espressione, nel suo viso. Ma è sempre convinto che sta facendo il suo dovere, che lui è il più bravo, ed è lui che deve fare il cecchino. A poco a poco cercherà di tornare a essere umano, inizierà ad aiutare i reduci a reinserirsi nella società. Sino alla tragica conclusione. Non fa della morale Eastwood, descrive le tecniche, le psicologie, i comportamenti, l’assurdità di certe procedure, come si costruisce una macchina per uccidere. Ci sono molte scene di guerra ovviamente, ma sono volutamente ripetitive, senza grandi colpi di scena. La guerra vista con gli occhi di chi non ha dubbi. Alcuni hanno parlato di una esaltazione di questo eroe dei tempi nostri. Forse io ho visto un altro film.

American Sniper, regia di Clint Eastwood, con Bradley Cooper, Sienna Miller, Jake McDorman, prodotto da Clint Eastwood e Bradley Cooper, sceneggiatura Jason Dean Hall, Chris Kyle, Warner Bros, USA, 2014, 134 m.