Lo scorso 13 aprile abbiamo proiettato al nostro Circolo il film “Sopra le nuvole” di Sabrina Guigli e Riccardo Stefani sulle stragi fasciste.   ( www.pdgiubbonari.net/event/cinema-al-circolo-sopra-le-nuvole/ )

Era con noi GIANFRANCO PAGLIARULO,  a nome dell’ANPI NAZIONALE,  il cui bell’intervento ci fa piacere pubblicare sul blog per condividerlo con chi non c’era!

Colpiscono le parole di Mario Monicelli – le abbiamo ascoltate pochi minuti fa – sul film “Sopra le Nuvole”,  in particolare quando afferma che esso è caratterizzato da “straordinaria autenticità”.  Ci sarebbe a lungo da ragionare su questo concetto oggi, al tempo della invasione delle fiction.  E’ cambiato molto infatti negli ultimi decenni nella natura delle rappresentazioni.  Ma non è questo il tema che vorrei affrontare oggi. Vorrei invece soffermarmi su un aspetto relativo alla “autenticità” del film, e cioè il fatto che questa ci pone immediatamente davanti al rapporto con la memoria e indirettamente davanti al rapporto con la storia.  Storia e Memoria,  pur avendo parti che si sovrappongono,  non coincidono necessariamente,  non sono la stessa cosa.  Le vicende dell’impero romano – per fare un esempio – sono oggi prevalentemente oggetto di storia,  e la stessa memoria incarnata nei monumenti e nelle opere legate al tempo dell’impero rinvia alla storia di cui è intrisa,  per esempio,  Roma.  La memoria contiene un plus perché,  se corretta e fedele,  contribuisce a disegnare l’identità di una comunità,  che sia questa il luogo dove avvennero gli sconvolgenti fatti raccontati dal film, Palagano,  presso Modena,  o che sia l’intero nostro Paese.  Non solo: la memoria contribuisce a delineare le prospettive di futuro di quella determinata comunità,  cioè a fissarne i suoi principi costituenti e costitutivi;  inoltre serve a dare senso e spessore ad una civiltà giuridica e al contesto e allo spirito in cui formulano e si applicano le leggi.

Il macello di Palagano è – mi pare – in un certo modo il precipitato di questi presupposti.  Un massacro conosciuto, assolutamente insensato e comunque sproporzionato rispetto allo stesso contesto bellico,  rimosso per cinquant’anni,  poi ri-conosciuto  (cioè conosciuto di nuovo),  sottoposto con fatica al vaglio processuale,  alla cui conclusione si è giunti poche settimane fa con sentenza della Cassazione,  che ha fatto finalmente coincidere il cerchio della verità storica col cerchio della verità giuridica,  confermando un certo numero di ergastoli per alcuni tedeschi sopravvissuti.

Ricapitolo i fatti: nei primi mesi del 1944 c’è un’azione partigiana nei pressi di Modena.  Nel corso dell’azione rimangono uccisi alcuni militari tedeschi e feriti alcuni partigiani.  L’incarico di “bonificare” il terreno viene affidato dai nazisti alla famigerata “divisione Goering”.  Fra il 18 e il 20 marzo sono massacrate circa 160 persone, intere famiglie, donne, bambini, alcuni con modalità inenarrabili.  Questo avveniva in borghi che allora facevano capo a Montefiorino dove pochi mesi dopo nacque una delle repubbliche partigiane.  Oggi quei borghi contadini fanno capo al Comune di Palagano.

Ho letto sui giornali che il sindaco Braglia,  appresa la sentenza definitiva della Cassazione,  ha dichiarato: “Sto piangendo come un bambino”. Questa reazione mi ha emozionato, mi ha colpito.  Immagino, pensando con rispetto e deferenza alle vittime,  che una delle ragioni di tale reazione sia stata data dal fatto che la sentenza conferma che finalmente è giunto il momento del risarcire l’Italia del dolore;  risarcire, cioè ri-acconciare,  compensare e perciò, assieme, rendere giustizia,  fare ciò che è giusto,  e giusto deriva da jus,  cioè la giustizia, il diritto, la legge.  Un’altra delle ragioni è stata il riconoscimento di un aspetto essenziale dell’occupazione tedesca (e di tante altre occupazioni), e cioè quella che è stata chiamata la guerra ai civili.  Che vuol dire guerra ai civili?  C’è oggi un orribile eufemismo,  un ossimoro morale che riguarda gli eventi bellici, quello degli “effetti collaterali”. Se nel corso, per esempio, di un bombardamento, per sbaglio o incuria, una bomba finisce su un ospedale, e vi sono vittime e feriti,  si parla di “effetto collaterale”.  La guerra ai civili non fu (e non è) questo. E’ invece la scelta ponderata e unilaterale, politica e militare, di colpire il civile, perché “il nemico” non è il governo, lo Stato, l’esercito, ma il popolo, quella determinata comunità.
Si è calcolato che fra l’autunno del 1943 e la primavera del 1945 le vittime della “guerra ai civili” da parte dei nazifascisti in Italia siano state circa 15.000. Vedete, 15.000 non è la somma di S. Anna di Stazzema, Marzabotto, le Fosse Ardeatine. E’ molto, molto di più, e comprende Palagano, probabilmente il primo drammatico evento in quella spaventosa catena di carneficine.

Sapete della vicenda del cosiddetto armadio della vergogna: nel 1994 il procuratore militare Antonino Intelisano, che si occupava del processo Priebke, trova a Palazzo Cesi a Roma, nella cancelleria della Procura militare, un armadio con le ante rivolte verso il muro. Nell’armadio si scoprono centinaia di fascicoli relativi alle stragi nazifasciste di quel tempo, fascicoli volutamente occultati. Succedono di conseguenza molte cose:  si riaprono (o si aprono) processi, si dà vita a una commissione parlamentare d’inchiesta, l’ANPI promuove una petizione popolare per la verità sulle stragi nazifasciste, si avvia il lavoro, sempre grazie all’ANPI, di un atlante di quelle stragi, perché ancora non c’è un censimento compiuto.  Nella mitologia greca Atlante era un Titano costretto da Giove a sostenere la volta celeste.  Ebbene, noi abbiamo bisogno di un Titano per reggere le sconvolgenti verità su quell’anno e mezzo. Di più: noi vogliamo essere quel Titano, perché vogliamo sapere in modo compiuto cosa è davvero avvenuto.

Il “cosa è avvenuto” pone una domanda cruciale: perché è avvenuto.  Cioè come si spiega non la ferocia in generale, che rinvia a considerazioni di carattere filosofico pure fondamentali, ma quella specifica ferocia.  Uno studioso delle stragi nazifasciste, Paolo Pezzino,  distingue grosso modo tre scuole di pensiero sulle ragioni delle stragi.

La prima, sostenuta in particolare dal Vivarelli, riduce le stragi alla violenza intrinseca in tutte le guerre, in particolare quando un esercito si scontra contro formazioni di guerriglia. Questa lettura, che pure contiene un indubbio elemento di verità, mi pare però parziale e corre il rischio di essere in qualche modo fatalistica:  tutti colpevoli, nessun colpevole;  per di più può ridurre questo dramma alla classica notte in cui tutte le vacche sono nere.

La seconda, su cui insiste Leonardo Paggi, nega qualsiasi logica strategico-militare allo stragismo di quei mesi,  perché tale stragismo è slegato dal conseguimento di qualsiasi interesse,  di un qualsiasi razionale vantaggio dal punto di vista bellico; le stragi si spiegherebbero allora come l’espressione di una cultura della morte radicata nell’esercito tedesco; dunque una lettura psicologica, forse psicoanalitica, delle ragioni delle stragi.

La terza, approfondita da Enzo Collotti, considera questa condotta di guerra come il prodotto dell’ideologia nazista, un unicum dentro una specifica logica che tendeva a destrutturare l’intera società europea, di cui una parte, la più aberrante, ma solo una parte, era la cancellazione dell’ebraismo europeo. Quindi, secondo questo pensiero, la seconda guerra mondiale non fu solo, come la prima, una “guerra totale”, ma una specifica “guerra totale”, con una valenza statuale razzista nei confronti degli altri popoli. In effetti a mio avviso, leggendo alcune pagine del Mein Kampf,  si ritrova appieno la teorizzazione del razzismo e, specificamente,  del razzismo di Stato.  Se questa “teoria” si coniuga con l’ossessione del lebensraum,  cioè dello “spazio vitale” per la Germania,  si chiude il cerchio perverso di un razzismo statuale per così dire senza quartiere,  rivolto in primis verso gli ebrei e più in generale verso l’Europa,  a cominciare da slavi e francesi.

Mi pare che questa lettura, pur comprendendo per qualche aspetto le altre due,  vada oltre e spieghi la specifica mostruosità delle stragi nazifasciste.  Che senso, se non questo, ha la distruzione a Susano (Palagano) dell’intera famiglia Gualmini, otto persone, di cui tre bambini di 7, 5 e 4 anni?  Il senso è che l’assassino vede le sue vittime come inferiori, come figlie di un dio minore, come non-persone. Questa è l’anima, il sugo del razzismo.  Per questo a me pare da condividere questo approccio che individua nella concezione del mondo nazista la radice delle stragi di quei mesi e di conseguenza la guerra nazifascista come razzista, modernamente razzista, come moderno poteva essere lo Stato nazista immaginato e costruito da Hitler.

Detto questo,  guai a noi se dimenticassimo che un portato simile (non certo uguale)  c’è pressoché sempre nella guerra di aggressione, per cui l’altro, l’aggredito, viene in qualche modo dipinto come antropologicamente inferiore, come se vi fosse un differenziale fra umanità dell’aggressore e l’umanità dell’aggredito.  La presunzione dell’esistenza di questo differenziale è,  a mio avviso,  una delle chiavi di lettura di tutte le guerre coloniali,  come ci insegnò tanti anni fa l’indimenticato Franz Fanon.

Chiudo con una considerazione “costituzionale”.  All’inizio ho affermato che la memoria contribuisce a fissare i principi costituenti e costitutivi di una comunità.  Come ben sapete, questa è la prima parte dell’articolo 11: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.  Lo conosciamo pressoché tutti. Ma vorrei che notaste un aspetto particolare. Non mi riferisco solo all’uso della parola “ripudio” della guerra d’aggressione, come per esempio quella del Terzo Reich o dell’Italia fascista, che aggredì – non dimentichiamolo – l’Abissinia, l’attuale Libia, la Jugoslavia, la Grecia, l’Albania, e potrei continuare con la Russia, causando così immani lutti non solo ai popoli invasi, ma anche ai nostri poveri soldati.  Il “ripudio” non è solo rifiuto, non è cioè un non fare, è un respingere andando contro.  Ma, dicevo, vorrei sottolineare un altro aspetto. Chi è il soggetto? Chi è che ripudia la guerra? La Repubblica? Lo Stato? La nazione? Il popolo? No.  Per il Costituente – cioè la nostra memoria fatta comunità organizzata che, pensando al futuro, fissa i principi basilari della vita comune – chi ripudia la guerra è l’unico soggetto che racchiude tutti i soggetti precedenti e va oltre,  e cioè l’Italia. Notate: non è l’Italia della propaganda nazionalista. E’ l’Italia della Liberazione, la nuova Italia nata – appunto – dalla Resistenza e dal quel 25 aprile. Ebbene, se ci fate caso, la parola Italia è usata solo due volte nella Carta, all’art.11 e all’art.1: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. Altro discorso è vedere se e come tali precetti siano stati o sono applicati. Ma essi rimangono, durissimi come il granito, a fondamento dell’esistenza stessa del nostro Paese.
Se abbiamo questi articoli, se abbiamo questa Costituzione, lo dobbiamo anche alla memoria di quelle povere vittime del mostro partorito dal sonno della ragione che abbiamo chiamato e chiamiamo nazifascismo.