In questi giorni il titolo del fortunato romanzo di Francesco Piccolo, vincitore del premio Strega 2014, viene frequentemente associato alla serie di malefatte al centro dell’indagine giudiziaria sulla cosiddetta “mafia capitale”, che coinvolge figuri collegati a vario titolo al partito, nonché (forse) suoi rappresentanti eletti nelle istituzioni. L’idea che suggerisce questo accostamento è appunto il desiderio sopito del comunista storico, autopercepito come diverso da un punto di vista morale, ma anche etico e forse soprattutto estetico, di essere uguale a tutti gli italiani, furbo come loro e all’occorrenza maneggione come loro. In termini metaforici, ma nemmeno troppo, si potrebbe raccontare questo sogno come un risveglio domenicale da democristiano juventino, seguito da messa, acquisto pastarelle, pranzo familiare e passeggiata per il corso cittadino, a braccetto con moglie, pargoli al seguito, mentre dalla radiolina portata all’orecchio con la mano destra Ameri racconta il 2-0 dell’amata bianconera in trasferta.
In realtà, questo racconto non si dimostra inadeguato perché rimanda agli scenari di un’Italia superata dai fatti, quanto piuttosto perché idealizza un passato mitico a fronte di un presente corrotto, in una prospettiva ideologica piuttosto che storica, all’interno della quale la santificazione di Berlinguer può andare paradossalmente di pari passo con l’attacco alle tutele dei lavoratori. Per situare quello che è accaduto e ha condotto ai fatti dei quali si parla in una prospettiva più congrua e direttamente collegata a soluzioni anche urgenti di carattere operativo, c’è bisogno di produrre un salto ermeneutico. Nei termini dello slogan adottato consiste nel declinare al singolare l’ultima parola: non si tratta, dunque, del “desiderio di essere come tutti”, bensì del desiderio di essere come tutto.
Come si provava a dire qui e altrove  (Rivista Pandora) a proposito di altri drammatici accadimenti che hanno caratterizzato la vita del partito negli ultimi anni, la problematica di base rispetto alla quale emerge ora stringente la necessità di confrontarsi è quella della trasformazione del PD in un “Partito Mondo”, una società a capitale diffuso scalabile, come, pare, l’Italia stessa. Nemmeno il desiderio di essere furbo “come tutti”, corrotto “come tutti” o ladro “come tutti” ha più senso nell’attuale fase politica, caratterizzata dall’assenza di quel “tutti”, ormai assorbito in una dimensione identitaria unica, paradossalmente caratterizzata dalla completa assenza di quel pensiero che dovrebbe sostanziarla. Non puoi essere come tutti se non c’è nessun altro, se di fatto ti sei trovato ad essere tutto, o quasi tutto (ma è solo questione di tempo) e se, comunque sia, qualsiasi cosa accada, anche se così non fosse, pensi che il mondo non esista e non debba esistere oltre i confini della tua operatività strategica.
C’è chi la chiama “vocazione maggioritaria”, c’è chi pensa invece che si tratti di una pericolosissima deriva populista (alziamo la mano), ma di sicuro la sintesi dei due maggiori partiti-società, specialmente se deprivata di un fattore esterno da identificare con il male assoluto, ha determinato un contesto claustrofobico in cui vengono meno le coppie oppositive e ci si trova tutti ad essere parte dello stesso sistema. Giusti e ingiusti, operosi e corrotti, guardie e ladri: nello scenario precedente era almeno chiaro che le toghe rosse avessero come nemico il cavaliere nero. Se restassimo ancorati allo schema di quella presunta diversità, alle dicotomie che ci hanno consentito di autorappresentarci in maniera rassicurante, dovremmo concludere che siamo di fronte ad un atto di cannibalismo.
La realtà è che ormai quasi tutto ciò che l’opinione pubblica descrive come politico accade dentro il partito, mentre fuori non si riesce a vedere altro che quell’antipolitica dilagante, male e cancro della società, del quale ha recentemente parlato il Presidente della Repubblica. Anche un’inchiesta che coinvolge al 90 per cento e forse più esponenti della destra capitolina, figure ambigue che hanno prosperato sotto il governo di Alemanno, diventa un problema del PD, non già perché gli avversari politici (se esistono) lo configurino come tale, bensì perché il partito stesso lo pone come tale. È difficile immaginare una forma di egocentrismo politico più spiccata ed evidente, davvero.
Era prevedibile che una deriva populistica caratterizzata da leaderismo e operazioni di immagine non sostanziate da un pensiero di trasformazione della società, dunque socialista europeo, come il partito vorrebbe e ormai dovrebbe essere, conducesse all’autodivoramento per assenza di avversari da aggredire. È quello che sta accadendo, mentre si denuncia, paradossalmente, la guerra tra bande che avrebbe caratterizzato la vita del partito in passato, un altro passato mitico, al quale si sostituisce una visione di futuro sostanziata da pura retorica, al fine di salvaguardare mediante la propagandistica quotidiana l’idea (sempre meno) rassicurante di una modernità trasparente che rottama la vecchia politica.
Forse è vero che c’è bisogno di una dimensione emergenziale perché le problematiche vere, quelle che passano sotto il livello della propagandistica, emergano in superficie. Forse è ancora possibile immaginare un partito che faccia della militanza di base la pietra angolare del suo funzionamento, caratterizzato da una idea di società discussa e condivisa, da strategie di intervento conseguenti. Forse si può fare, ma sarà urgente ricominciare a disegnare dei confini tra partito e società, tra l’interesse comune e quello privato, tra chi pensa una cosa e chi un’altra, per evitare di trovarci tra poco, molto poco, tutti nella stessa grande chiesa, che va da Fanfani a Lorenzo Cesa, con indosso una casacca bianconera a righe, non nececessariamente quella della Juve.
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Anatole Pierre Fuksas