Lettera Aperta ai Compagni ed Amici del Circolo Campitelli

 

Cari Compagni e cari Amici (vi chiamo così perché mi riconosco in questa tradizione e soprattutto perché dà il senso del fare tutti insieme) sono l’ultimo arrivato al Circolo di via Campitelli. Mi sono iscritto due mesi fa, in silenzio.

Non ho quindi, né potrei avere, la presunzione di offrire ricette “salvifiche”.

Vorrei però condividere con Voi alcune riflessioni, che mi provengono dall’aver seguito le discussioni che si sono svolte all’interno del partito, tra la gente e sui media.

La situazione è grave.

È molto grave nel Paese.

L’attuale maggioranza – oggettivamente disomogenea e altrettanto oggettivamente contraddittoria – lancia proclami mirati più a parlare alla “pancia” delle persone che a realizzare un modello di società.

Annuncia misure senza preoccuparsi delle conseguenze che esse produrrebbero, nell’immediato e soprattutto nel medio – lungo termine.

Pone in essere azioni che hanno come unico effetto di ridurre o di cancellare diritti per i quali i cittadini hanno duramente lottato, e per lungo tempo, perché fossero riconosciuti.

I più anziani tra noi si ricordano certamente i volgari proclami lanciati da Fanfani più di quaranta anni fa ai tempi del referendum sul divorzio (“se non sarà abolito il divorzio vostra moglie vi lascerà per andare con un’altra donna”): ebbene, paragonato a Salvini, il Fanfani di allora appare come un illuminato progressista!

Anche i vari Berlusconi e Tremonti della crisi economica del 2010 (dalla quale stavamo faticosamente uscendo nel 2017) appaiono come statisti seri e responsabili se li paragoniamo a Di Maio….

La situazione è grave, purtroppo, anche nel partito.

La sinistra democratica è stata all’opposizione per i primi quaranta anni della storia dell’Italia repubblicana. È stata un’opposizione responsabile e soprattutto seria. Non era semplicemente contrappositiva. Era coerente con un modello di società che l’allora PCI ed i suoi alleati si proponevano di realizzare, democraticamente.

Questa coerenza, mi sembra, ora si è perduta.

La dialettica interna si incentra soprattutto sulle persone o su ipotesi di alleanze, più o meno realistiche.

Nei contenuti l’opposizione è limitata – mi sembra, ma sembra non solo a me – alla rivendica di quel che è stato realizzato quando il PD era forza di governo e ad una critica “strillata” (ma in fondo nemmeno poi tanto) all’attuale maggioranza.

Rivendicare quel che si è fatto e criticare quel che ora viene fatto dall’attuale maggioranza è giusto.

Ma non è sufficiente.

I militanti, i simpatizzanti, e soprattutto i cittadini, non riescono a capire cosa il PD propone e perché lo propone. Non capiscono dove vorremmo andare, e per quale motivo.

Noi stessi non siamo in condizioni di capirlo.

Non sarebbe possibile.

Non sarebbe possibile per una ragione oggettiva. Perché si è perduto il substrato, il presupposto indispensabile per qualunque azione politica, che sia di opposizione o di governo. Perché non ci siamo preoccupati di definire un modello di società che proponiamo ai cittadini e che ci impegniamo, con il contributo di tutti, di realizzare. Concretamente, non appena ne avremo la possibilità, e non – come si dice – “a chiacchiere”.

Questo modello di società non può essere definito soltanto con il richiamo ai valori della sinistra democratica. Questi valori non sono in discussione ma devono essere declinati in un contesto reale, altrimenti si riducono ad una sorta di enunciazione liturgica, ad un puro slogan.

Chi dovrebbe fare tutto questo?

La risposta non può essere che una.

Noi stessi.

Noi tutti.

Un modello democratico di società non può che sorgere dal basso, dai desideri, dai bisogni, dalle riflessioni, dalle discussioni e dagli approfondimenti delle persone.

È nostro compito, come cittadine e cittadini che si impegnano in una politica progressista (“di sinistra” si sarebbe detto una volta), cominciare a farlo.

Vorrei dare in questo un mio piccolo contributo.

I temi da approfondire sono tantissimi. Ne troverete qui di seguito alcuni, che sono quelli di cui più spesso e più intensamente si parla. Come ho detto all’inizio non pretendo di dare soluzioni. Cerco soltanto, per ognuno di essi, di analizzare il fenomeno e, per quanto mi è possibile, di esaminare le conseguenze che deriverebbero dallo scegliere una direzione piuttosto che un’altra.

 

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  1. Restare nell’Euro oppure uscirne?
  2. L’appartenenza all’area dell’Euro comporta vincoli di bilancio. Per l’Italia sono particolarmente gravosi, per via del grandissimo debito pubblico che si è accumulato.
  3. Il debito pubblico italiano ed i vincoli di bilancio obbligano ad una politica di rigore. Non è possibile finanziare gli investimenti o la crescita aumentando l’indebitamento. Ogni aumento di una particolare voce di spesa deve essere compensato da tagli di altre voci. Le eccezioni sono pochissime.
  4. L’Euro è una moneta “forte”. Ha dietro di sé le economie di 19 paesi. Questo rende difficile, ma non impossibile, la speculazione finanziaria contro l’Euro.
  5. La gestione dell’Euro non è assoggettata ad alcuna autorità governativa, nemmeno della UE. La Banca Centrale Europea agisce autonomamente ma deve rispettare le regole dei trattati europei. La sua missione principale è il controllo dell’inflazione. Una politica monetaria di crescita può essere perseguita soltanto se ed in quanto sia compatibile con la missione principale.
  6. L’appartenenza all’Euro ha portato a due decenni di inflazione molto bassa rispetto a quella che storicamente si è riscontrata in Italia. Nel XXI° secolo l’inflazione non ha mai superato il 3-4% all’anno. Dal 1973 al 1995 l’inflazione non è mai scesa sotto il 10% ed ha raggiunto punte del 20-22% all’anno.
  7. Anche i tassi d’interesse sono scesi. Un mutuo decennale a tasso fisso ha avuto un tasso, a seconda dei momenti, tra il 2% ed il 4%. Negli anni ’70, ’80 e ’90 il tasso è sempre stato superiore al 15% ed è arrivato anche al 25%.
  8. Nel periodo dell’Euro la crescita economica è sempre stata bassa. Non ha mai superato il 2.5% all’anno ed è stata negativa per alcuni anni. Negli anni ’60 la crescita aveva raggiunto, e talvolta superato, il 7% all’anno. Anche negli anni della grande inflazione la crescita si è mantenuta positiva.
  9. I trattati europei non prevedono la possibilità di uscire dall’Euro. È però verisimile che si potrebbe negoziare un accordo ad hoc con l’Unione Europea.
  10. Uscendo dall’Euro lo Stato sarebbe formalmente svincolato dai vincoli di bilancio. Potrebbe indebitarsi di più per finanziare la crescita e lo sviluppo sociale.
  11. Una “nuova Lira” sarebbe una moneta molto più debole dell’Euro. Potrebbe facilmente formare oggetto di speculazione, come è accaduto nel 1992.
  12. Il debito italiano è uno dei più elevati del mondo. Già adesso lo Stato deve offrire tassi d’interesse più elevati, per esempio, di Francia o Germania. Se l’Italia uscisse dall’Euro il differenziale dei tassi d’interesse dovrebbe fin da subito aumentare notevolmente.
  13. L’aumento dei tassi d’interesse renderebbe più costoso il finanziamento delle imprese. L’aumento dei costi finanziari si scaricherebbe inevitabilmente sui prezzi. Si innescherebbe una tendenza all’inflazione.
  14. L’aumento dei tassi d’interesse renderebbe anche molto più costosi i mutui. L’accesso alla proprietà della casa diventerebbe più difficile.
  15. Il complesso dei fenomeni di cui ai nn. da 9 a 13 provocherebbe una svalutazione continua, e forse violenta, della nuova Lira sull’Euro e sul Dollaro. Questo avvantaggerebbe le imprese esportatrici ma penalizzerebbe l’importazione di materie prime (gas e petrolio) e di prodotti e servizi d’importazione.
  16. È da temere che il risultato netto della svalutazione della nuova Lira sia negativo. Ancora negli anni ’70 e ’80 l’Italia era un forte Paese manufatturiero. La svalutazione favoriva le esportazioni. Il risultato netto era positivo. Adesso non è più così. Non è certo che si possa riprodurre una situazione in cui nonostante la fortissima inflazione e svalutazione l’economia continuerebbe a crescere.
  17. Uscire dall’Euro non vuol dire uscire dall’Unione Europea. Resterebbero fermi quindi, tra le altre cose, l’unione doganale, il controllo sugli aiuti di Stato, la libertà di circolazione delle persone, dei servizi e delle merci, la libertà di circolazione dei capitali.
  18. Non si potrebbe quindi impedire alle imprese ed ai cittadini di spostare i propri capitali ed i propri risparmi all’estero. Inflazione e svalutazione alimenterebbero il fenomeno e lo rafforzerebbero. Questo potrebbe provocare crisi bancarie anche di vasta scala.
  19. Alla radice delle difficoltà economiche strutturali dell’Italia c’è senz’altro la consistenza del debito pubblico. Un’uscita dall’Euro non risolverebbe il problema. Anzi, lo aggraverebbe.
  20. Dichiarare il “default” anche parziale del debito italiano non è un’ipotesi realistica. Una consistente percentuale dei titoli di debito italiani è detenuta da risparmiatori italiani, che vedrebbero azzerati i propri risparmi. Dopo una dichiarazione di default la fiducia degli investitori verrebbe meno. Per continuare a finanziarsi lo Stato dovrebbe offrire tassi d’interesse elevatissimi. Il debito, formalmente “azzerato”, si ricostituirebbe rapidissimamente.
  21. Una politica di forte indebitamento sarebbe attuabile soltanto a condizione di uscire non solo dall’Euro ma anche dalla UE. Soltanto in questo modo si potrebbe evitare la fuga di capitale e si potrebbe di fatto imporre ai cittadini di investire solo in titoli di Stato.
  22. L’esperienza della Brexit dimostra che i costi di uscita dalla UE sarebbero elevatissimi. Tra l’Italia e l’Europa verrebbero erette barriere doganali. Questo comporterebbe l’instaurarsi, almeno in una certa misura, di un’economia autarchica.
  23. La debolezza manufatturiera dell’Italia comporta che in caso di un’economia almeno parzialmente autarchica si entrerebbe in una fase recessiva che potrebbe durare anche decenni. È da ritenere che la recessione e l’impossibilità per il sistema manufatturiero italiano di “tenere il passo” vanificherebbero i vantaggi teoricamente conseguibili dalla possibilità di indebitarsi per finanziare la crescita.
  24. Anche se non si arrivasse alla soluzione estrema di uscire dalla UE, l’aumento dei tassi d’interesse e dell’inflazione, accompagnati dalla svalutazione della nuova Lira, provocherebbero egualmente una recessione strutturale. In pratica, lo Stato dovrebbe dedicare i maggiori introiti prodotti dall’aumento dell’indebitamento al pagamento dei maggiori costi del debito. Investimenti e crescita economica e sociale non ne trarrebbero alcun vantaggio.

 

  1. Abbassare o no l’età pensionabile?
  2. La durata della vita si è prolungata. La soglia tradizionale dell’età pensionabile (65 anni) non rispecchia più la realtà delle cose. L’età pensionabile di 65 anni per gli impiegati dello stato prussiano fu introdotta da Bismarck perché le statistiche dell’epoca indicavano che la durata media della vita dei pubblici funzionari era di 64 anni: se si dovesse utilizzare ora lo stesso criterio l’età pensionabile dovrebbe essere portata a 80 anni!
  3. L’aumento della vita media allunga il periodo di tempo per il quale deve essere pagata la pensione. Questo fa lievitare il costo totale del sistema pensionistico.
  4. L’allungamento dell’età pensionabile ostacola il ricambio generazionale. Se un lavoratore va in pensione a 70 anni piuttosto che a 65 anni “tiene occupato” per cinque anni il proprio posto di lavoro e ritarda l’assunzione del proprio rimpiazzo.
  5. L’allungamento dell’età pensionabile, fatti salvi naturalmente i lavori usuranti che hanno diritto ad un trattamento speciale, potrebbe incentivare gli investimenti nella formazione e nella riqualificazione dei lavoratori perché se ne può fruire per maggior tempo dei risultati.
  6. Si è allungata non solo la durata della vita biologica ma anche la durata della vita attiva. Una persona di 65 o di 67 anni è ancora pienamente in grado di svolgere un’attività: doverla forzatamente lasciare quando si è oggettivamente in grado di proseguirla provoca spesso un senso di frustrazione e di depressione.
  7. Di contro, il dover proseguire l’attività lavorativa quando si nutriva l’aspettativa di “andare a riposo” entro breve termine può anch’esso provocare frustrazione e depressione, specialmente se l’attività esercitata non è gratificante o soddisfacente.
  8. Se l’età pensionabile non segue l’allungamento dell’età attiva il costo del sistema previdenziale potrebbe diventare insostenibile o sperequato. I contributi previdenziali versati da coloro che entrano adesso nel mondo del lavoro serviranno soprattutto a pagare le pensioni di coloro che sono “anziani”: i “giovani”, quando perverranno all’età pensionabile, potranno avere pensioni di importo nettamente inferiore a quello dei loro padri.
  9. L’evoluzione tecnologica richiede competenze che potrebbero essere difficilmente acquisite da coloro la cui formazione primaria (scuola dell’obbligo, istruzione superiore, università) è avvenuta 40 o 50 anni prima. Allungando l’età pensionabile si corre il rischio di mantenere in attività lavoratori che non sono in grado di svolgere in maniera efficiente le proprie funzioni.
  10. Gli incentivi ad una pensione integrativa (“privata”) hanno un impatto limitato nel breve termine. Chi ha adesso un’età attorno ai 50 anni dovrebbe spendere cifre elevatissime per ottenere dopo 15/17 anni una pensione integrativa di importo modesto.
  11. Anche l’idea di adibire i pensionati a compiti di utilità sociale incontrerebbe difficoltà. Potrebbe avvenire soltanto su base volontaria. Si presta, evidentemente, ad abusi e/o sfruttamenti. Anche se la possibilità di avvalersi di pensionati fosse circoscritta ai soli enti pubblici resterebbe il problema del costo del compenso cui questi “lavoratori pensionati” dovrebbero avere diritto, costo che graverebbe sulla collettività.

 

  1. Flessibilità nel lavoro?
  2. La stabilità del lavoro può essere un fattore di sviluppo, almeno per certi settori. Chi sa di poter contare stabilmente su di un introito mensile ha una maggiore propensione ad assumere impegni a medio-lungo termine, come il mutuo per acquistare una casa od il finanziamento per acquistare un’automobile a rate.
  3. La stabilità del lavoro può ostacolare la crescita del mercato del lavoro. La difficoltà ed il costo di porre fine ad un rapporto di lavoro inducono un’impresa ad effettuare nuove assunzioni soltanto quando hanno la ragionevole certezza di avere necessità per un lungo periodo di tempo del lavoratore che è stato assunto. In queste condizioni il mercato del lavoro potrebbe rischiare di diventare un “mercato di sostituzione” in cui si procede a nuove assunzioni soltanto per rimpiazzare i lavoratori che vanno in pensione o che dànno le dimissioni. Il rischio di creare un’area di non occupazione permanente è elevato.
  4. Alcuni lavori (per esempio i lavori agricoli oppure del settore turistico) richiedono necessariamente un elevato grado di flessibilità. La rigidità nel rapporto di lavoro ostacola la crescita del settore.
  5. La rigidità del lavoro potrebbe disincentivare la crescita professionale del singolo lavoratore. Chi sa (o ritiene) di non poter essere licenziato potrebbe essere tentato di “scambiare” una mancata crescita personale con un minor impegno professionale. Il fenomeno è avvertibilmente presente nel settore pubblico.
  6. L’esperienza concreta di altri paesi (per esempio Stati Uniti o Regno Unito) sembra indicare che la flessibilità del lavoro non ostacola gli investimenti individuali o la propensione ad effettuare spese anche importanti. In particolare, negli Stati Uniti la stragrande maggioranza degli acquisti viene effettuata a credito.
  7. Affinché la flessibilità del lavoro non ostacoli lo sviluppo e la crescita individuale è indispensabile che vi sia la percezione che chi perde un lavoro sarà in grado di trovarne rapidamente un altro e, altresì, che non subirà conseguenze eccessivamente gravose nel periodo di disoccupazione. Questo a sua volta richiede un’economia tendenzialmente in crescita o, quantomeno, di un “ambiente” giuridico, amministrativo, e finanziario, in cui la creazione di nuove imprese sia resa semplice, rapida e poco onerosa. Richiede altresì misure dirette ai lavoratori ed alle loro famiglie che agevolino la ricerca di una nuova occupazione e forniscano sostegno finché questa non sia stata trovata.
  8. L’elemento psicologico ha una grande importanza. Nei paesi in cui la flessibilità del lavoro è più ampia non viene considerato socialmente od individualmente disdicevole passare da un’occupazione “di rango” ad un lavoro più “semplice”. Non viene considerato “fallito” il quadro amministrativo di un’impresa che, perduto il lavoro, fa il cameriere in un ristorante. Viene invece assoggettato a riprovazione sociale chi rifiuta una nuova occupazione ritenendola “non all’altezza”.
  9. La flessibilità nel lavoro contribuisce allo sviluppo nella misura in cui consente al settore produttivo di adeguarsi all’evoluzione delle circostanze. Questo però richiede a sua volta che i lavoratori abbiano accesso a servizi di formazione e riqualificazione.
  10. La flessibilità nel lavoro potrebbe trasferire in capo ai lavoratori il costo degli errori del management nella conduzione dell’impresa. I licenziamenti sono da sempre uno degli strumenti preferiti in caso di ristrutturazione delle imprese in difficoltà. Il fenomeno tuttavia, come dimostra l’esperienza concreta, si produce anche in condizioni di rigidità del lavoro.

 

  1. Riforma della fiscalità?
  2. È sicuramente vero che se tutti pagassero le tasse, tutti pagheremmo meno tasse. In Italia il fenomeno dell’evasione ha dimensioni rilevanti. Riguarda tanto le imposte sul reddito che l’IVA. Sottrae risorse che potrebbero essere utilizzate per effettuare investimenti o per ridurre l’indebitamento.
  3. L’evasione avviene in maniera fortemente disomogenea. I salariati, attraverso il meccanismo della ritenuta alla fonte (in busta paga), non possono materialmente evadere l’imposta sul reddito. Per costoro l’evasione avviene su piccola scala, usufruendo di detrazioni ed esenzioni in realtà non dovute.
  4. Per le imprese artigiane ed i piccoli esercizi commerciali l’area di evasione sembrerebbe essere diffusa. In questo caso l’evasione avviene attraverso il mancato rilascio della documentazione fiscale e abbraccia quindi tanto l’imposta sul reddito che l’IVA.
  5. L’area di evasione è diffusa anche nelle categorie professionali che si rivolgono prevalentemente a soggetti individuali, come per esempio i commercialisti, gli avvocati, i medici e i dentisti.
  6. È invece molto meno diffusa tra le imprese di maggiori dimensioni e le organizzazioni professionali che si rivolgono prevalentemente alle imprese. In questi casi l’evasione viene disincentivata sia dagli obblighi di contabilità sia dal conflitto d’interessi tra prestatore o fornitore e cliente. Quest’ultimo infatti ha interesse a far risultare formalmente il compenso pagato al fornitore per poter dedurre dalle proprie imposte tanto l’imponibile che l’IVA.
  7. La mancanza di conflitto d’interesse (perché la spesa non è deducibile) ed il livello elevato dell’IVA agevolano invece l’evasione da parte di coloro che prestano la propria opera a favore di soggetti individuali. In molti casi è lo stesso cliente a chiedere di “pagare in nero” per risparmiare il 22% dell’IVA.
  8. Per ridurre l’area dell’evasione si possono perseguire tre direttrici: incrementare i controlli, generalizzare il conflitto d’interesse tra fornitore e cliente, e rendere più conveniente pagare le imposte piuttosto che evaderle.
  9. Incrementare i controlli oltre i livello attuale e renderli più incisivi è difficile. Occorrerebbe incrementare i mezzi ed il personale, con notevole aggravio di costi. Sarebbe elevato il rischio di rigetto, o comunque di ostilità, da parte della generalità dei contribuenti e questo particolarmente nell’ipotesi in cui le sanzioni non venissero circoscritte alle sole violazioni rilevanti e di carattere sostanziale. Non si può escludere un aumento dei fenomeni corruttivi nei confronti di chi dovrebbe eseguire i controlli.
  10. Il conflitto d’interessi, quando è stato perseguito, ha dato buoni risultati (per esempio la deducibilità parziale delle spese di ristrutturazione edilizia). È però difficile ipotizzare di generalizzarlo. Se qualunque spesa fosse deducibile, incluse le spese voluttuarie e quelle effettuate da artigiani e commercianti per scopi personali, il gettito complessivo si ridurrebbe sensibilmente. Si dovrebbe pertanto aumentare sensibilmente l’importo delle aliquote. L’esperienza del Belgio, dove nella prima metà degli anni ’80 si perseguiva questa filosofia, sembra indicare che i risultati complessivi non sarebbero buoni.
  11. Rendere meno conveniente evadere le imposte piuttosto che pagarle richiede necessariamente che le aliquote delle imposte sul reddito siano basse. È però da dubitare che il recupero dell’area evasiva compensi fin da subito il minor gettito pro-capite. Per essere sostenibile, la riduzione delle aliquote dovrebbe essere accompagnata da misure ulteriori in grado di assicurare il mantenimento del gettito fin dalla fase iniziale.
  12. Una prima di tali misure di accompagnamento può consistere nella riduzione o addirittura nella eliminazione delle agevolazioni fiscali. Il risultato potrebbe però essere socialmente difficile da accettare (come nel caso delle spese mediche), e comunque incontrerebbe l’ostilità di coloro che attualmente beneficiano direttamente o indirettamente delle agevolazioni esistenti.
  13. Un’altra possibile misura potrebbe essere costituita da un’imposta patrimoniale. Questa potrebbe avere un’aliquota ridotta (per esempio attorno all’1%) ed essere trattenuta alla fonte in tutti i casi in cui questo sia materialmente possibile (per esempio depositi bancari o cedole di obbligazioni). Il patrimonio complessivo degli italiani è stimato in oltre 9,000 miliardi di Euro, e questo escludendo le attività finanziarie. Le attività finanziarie sono a loro volta stimate in oltre 4,000 miliardi. La previsione delle entrate tributarie dello Stato per il 2018 è di circa 520 miliardi. Un’imposta patrimoniale dell’1% darebbe da sola un gettito di 130 miliardi.
  14. Un’ulteriore misura potrebbe essere costituita da un’imposta sulle transazioni, finanziarie, commerciali e professionali. Si tratterebbe di una versione più ampia della c.d. “Tobin tax”. Se applicata con un’aliquota dell’1% produrrebbe teoricamente un gettito pari all’1% del PIL, quindi di circa 200 miliardi di Euro.
  15. La previsione del gettito dalle imposte dirette per l’anno 2018 è di circa 485 miliardi, di cui 247 di IRPEF. L’istituzione dell’imposta patrimoniale e dell’imposta sulle transazioni all’1% consentirebbe di ridurre enormemente l’IRPEF. Questo renderebbe effettivamente poco conveniente evaderla.
  16. Va peraltro considerato che:

(a)          sui redditi più bassi l’IRPEF è già molto ridotta. Le fasce di reddito più deboli non trarrebbero particolari vantaggi e inoltre subirebbero l’imposta patrimoniale;

(b)          l’imposta patrimoniale duplicherebbe l’IMU per quel che riguarda gli immobili. È elevato il rischio che il nuovo sistema fiscale venga percepito come un aggravio delle imposte;

(c)          l’imposta patrimoniale sulle disponibilità finanziarie potrebbe disincentivare il risparmio ed incoraggiare il trasferimento all’estero dei capitali. È vero infatti che l’imposta colpirebbe il patrimonio dei cittadini italiani ovunque essi si trovino, ma è altrettanto vero che sarebbe agevole eluderla trasferendo i capitali all’estero. Questo, naturalmente, sarebbe più facile e conveniente per i grandi capitali, il che genererebbe un senso diffuso di iniquità sociale.

  1. Una possibile soluzione potrebbe consistere in una combinazione di tutti questi elementi. Si potrebbe pensare a

(a)          una riduzione e semplificazione delle aliquote IRPEF, accompagnata da una drastica riduzione delle agevolazioni;

(b)          introduzione dell’imposta patrimoniale, però con un’aliquota dello 0.5% invece che dell’1%;

(c)          istituzione dell’imposta sulle transazioni, anch’essa con un’aliquota dello 0.5%;

(d)          istituzione generalizzata del conflitto d’interesse permettendo a tutti i cittadini di portare in deduzione dall’imposta sul reddito una parte dell’IVA (per esempio il 35% od il 50% dell’IVA pagata a qualunque titolo e non recuperata). Questo compenserebbe il minor gettito della patrimoniale e dell’imposta sulle transazioni e costituirebbe altresì un efficace strumento di controllo.

  1. Si potrebbe infine ipotizzare di dare ampia autonomia impositiva a Comuni e Regioni. Lo Stato, in buona sostanza, limiterebbe i trasferimenti agli enti locali alle somme occorrenti per alcuni servizi ed attività essenziali. Al resto i singoli enti locali dovrebbero provvedere con una propria imposizione. Questo però potrebbe aggravare la situazione di regioni e comuni già in situazione di svantaggio e stimolerebbe certamente fenomeni di “migrazione fiscale”, il che a sua volta potrebbe portare allo spopolamento dei comuni più piccoli. Il fenomeno potrebbe essere arginato prevedendo l’accorpamento di comuni che non raggiungano una determinata soglia di popolazione e/o di reddito pro-capite.

 

  1. Immigrazione.
  2. In Italia, su di una popolazione di 60 milioni, risiedono circa 6 milioni di stranieri. La grande maggioranza di essi sono cittadini dell’Unione Europea oppure cittadini di paesi terzi muniti di regolare permesso di soggiorno. Il numero di stranieri irregolari (“clandestini”) è stimato attorno alle 600,000 persone, ossia l’1% della popolazione residente.
  3. L’immigrazione regolare non provoca alcun particolare problema sociale o di ordine pubblico. Gli immigrati svolgono attività che i cittadini italiani sono poco propensi ad esercitare (p. es. assistenza domestica od infermieristica) oppure si dedicano ad attività artigianali o commerciali.
  4. Contrariamente ad un diffuso convincimento, la percentuale di stranieri nella popolazione carceraria è inferiore alla percentuale di stranieri residenti. Il dato sulla popolazione carceraria comprende anche i detenuti stranieri che non sono titolari di permesso di soggiorno. Questo indica che l’indice di criminalità degli immigrati (regolari e clandestini) non è superiore a quello dei cittadini italiani.
  5. Una buona parte dei “rifugiati” (coloro che approdano sulle coste italiane) non intende stabilirsi in Italia. Se ne ha la possibilità cerca di proseguire, anche clandestinamente, verso altri paesi europei (principalmente Germania, Francia, e Svezia).
  6. La gestione dei rifugiati è obbiettivamente inefficiente. Si sostanzia nella pura e semplice “ospitalità” – spesso in condizioni non accettabili – delle persone. Non vi è alcun programma definito e coordinato di insegnamento della lingua italiana, di quella che una volta si chiamava “educazione civica”, e delle regole di convivenza civile.
  7. È inefficiente anche dal punto di vista economico. Alle strutture ospitanti viene corrisposta una diaria tra i 28 ed i 35 Euro al giorno, di cui – sembrerebbe – soltanto 2 Euro al giorno vengono trasferiti al singolo rifugiato. Non risulta che vi siano controlli adeguati sull’idoneità della struttura o sulle condizioni cui i rifugiati vengono ospitati. È diffuso il fenomeno della creazione di strutture ricettive che vengono immediatamente convertite all’ospitalità dei rifugiati. È forte il sospetto di speculazione, particolarmente al Sud.
  8. In queste condizioni i rifugiati vengono agevolmente indotti ad inserirsi in circuiti illeciti, quali il caporalato, il lavoro in nero, la manovalanza criminale, la prostituzione.
  9. L’esperienza di paesi in cui il fenomeno si è verificato su larga scala e per lungo tempo sembra indicare che l’immigrazione può apportare benefici anche consistenti al paese di accoglienza. L’elenco dei premi Nobel attribuito negli ultimi 50 anni a cittadini statunitensi dimostra che una buona percentuale di essi è stato attribuito a persone di origine straniera, soprattutto asiatica ma anche italiana (p. es. Emilio Segré e Renato Dulbecco).
  10. Perché l’immigrazione apporti benefici al paese ospitante è però necessario uno sforzo consistente di integrazione dei migranti nella società. È altresì necessario evitare che i migranti vengano “ghettizzati” all’interno del proprio gruppo etnico: la mafia siciliana e camorristica si è diffusa negli Stati Uniti soprattutto a causa della ghettizzazione e lo sfruttamento degli immigrati italiani avvenute tra la fine del XIX° secolo ed i primi tre decenni del XX° secolo.
  11. L’Italia ha oltre 9,000 chilometri di coste. È materialmente impossibile impedire totalmente l’accesso dei rifugiati. Questo anche dispiegando mezzi imponenti e sostenendone l’ingente costo.
  12. Le condizioni disagiate di accoglienza dei rifugiati non costituiscono un deterrente efficace. Intanto perché, verisimilmente, non sono conosciute da coloro che tentano di accedere al nostro paese. Soprattutto perché, per quanto disagiate, sono migliori di quelle che la maggior parte dei rifugiati sopporterebbe nel loro paese di origine.
  13. La stessa mancanza di razionale ed equa gestione dei rifugiati si riscontra a livello dell’Unione Europea. Non vi è alcun criterio di ripartizione dei rifugiati tra gli Stati membri. Non vi è alcuna sanzione o riprovazione per quegli Stati membri (p. es. Ungheria od Austria) che non rispettano nemmeno i pochi obblighi attualmente esistenti.
  14. Uno strumento non inefficace per arginare il fenomeno è quello di operare “a monte”, nei paesi di imbarco ed anche nei paesi di origine. Nel primo caso l’intervento ha carattere prevalentemente “poliziesco”, di contrasto – anche “militare” – agli “scafisti”. Nel secondo caso dovrebbe configurarsi come un programma coordinato di assistenza economica.
  15. L’azione governativa instaurata nel recente passato di contrasto agli scafisti in Libia sembra aver prodotto risultati avvertibilmente positivi. Il numero di coloro che tentano di raggiungere le coste italiane dal Nord Africa è drasticamente diminuito.
  16. Un programma di assistenza economica ai paesi d’origine dei rifugiati non è stato definito. Richiederebbe un’azione coordinata dell’Unione Europea. I suoi effetti si avvertirebbero soltanto in un periodo di tempo medio-lungo.
  17. Un’espulsione di massa dei rifugiati non è realisticamente concepibile. Il costo per espellere le 600,000 persone di cui ha parlato l’attuale Ministro dell’Interno si avvicinerebbe ad 1 miliardo di Euro. I problemi organizzativi sarebbero immensi. Si dovrebbe tener conto che una buona parte dei rifugiati, piuttosto che essere espulsa, sceglierebbe di entrare nella clandestinità più assoluta. Le conseguenze sul piano dell’ordine pubblico sono facilmente intuibili. Inoltre, non sarebbe realistico ipotizzare che i paesi di origine siano disponibili a riaccogliere i rifugiati.
  18. In queste condizioni una soluzione realisticamente perseguibile in tempi ragionevolmente brevi potrebbe articolarsi lungo tre direttrici:

(a)          rafforzamento del contrasto agli scafisti;

(b)          revisione delle regole dell’Unione Europea, sia per quel che riguarda la ripartizione dei rifugiati che con riguardo agli standard minimi di ospitalità;

(c)          integrazione dei rifugiati nella società.

  1. L’integrazione dei rifugiati, se eseguita colmando le lacune di cui al n. 5 ed alle condizioni di cui al n. 9, può apportare benefici. Non vi è alcuna ragione per ritenere che, una volta debitamente integrati, i rifugiati non si allineino ai comportamenti, complessivamente positivi, già adottati dagli attuali immigrati regolari.
  2. Il numero dei rifugiati, rispetto alla popolazione residente, non è elevato. La loro integrazione non dovrebbe oggettivamente provocare turbative sociali.
  3. Condizione essenziale per un’efficace integrazione è di ostacolare l’ingresso dei rifugiati nelle attività illecite. Questo richiede, oltre all’apprendimento della lingua e delle regole di convivenza, che ad essi possa venire offerta una prospettiva di inserimento occupazionale.
  4. L’inserimento occupazionale è obbiettivamente non facile. La maggior parte dei rifugiati è – verisimilmente – privo di formazione ed esperienza lavorativa adeguate ad un paese europeo del XXI° secolo. Una soluzione potrebbe essere costituita da una forma di “apprendistato sociale”, nel quale i rifugiati potrebbero essere adibiti, come apprendisti, a lavori socialmente utili. Essi dovrebbero ricevere un compenso, stabilito a livello nazionale anche con l’apporto delle organizzazioni sindacali.
  5. L’ipotesi dell’apprendistato sociale richiede naturalmente un fermo controllo delle condizioni. Questo tanto per evitare inefficienze o sfruttamenti quanto per garantire che ogni rifugiato vi si dedichi con impegno. Dovrebbe essere chiaro che chi non partecipa, senza giustificato motivo, alla formazione ed all’apprendistato verrebbe immediatamente espulso.

 

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Cari Compagni e cari Amici, mi rendo conto di essermi dilungato più di quanto avrei voluto.

Spero che la lettura non sia stata eccessivamente gravosa.

Spero soprattutto che queste mie riflessioni possano stimolare uno o più dibattiti assembleari che, qualunque ne sarà l’esito, saranno stati sicuramente fruttuosi.

 

Andrea Guarino