L’invecchiamento della popolazione è attualmente uno degli eventi demografici più rilevanti in corso in tutti i paesi industrializzati. Si tratta di un fenomeno epocale che sta producendo delle trasformazioni di natura economica, sociale e culturale di fronte alle quali si rendono necessari nuovi approcci progettuali e politici ad ogni livello di competenza (internazionale, nazionale, regionale e locale). Oggi in Europa si vive mediamente meglio e più a lungo.
Il fenomeno non può e non deve essere vissuto come fattore di instabilità sociale, necessariamente foriero di conseguenze negative, ma va piuttosto indagato per coglierne le complessità inedite che implica. I cittadini e le cittadine europee, raggiunta l’età della pensione, oggi hanno di fronte a loro un’aspettativa di vita attiva e sana di oltre 10 anni. A seguito di ciò la società occidentale che invecchia genera ed esprime nuove relazioni nei bisogni così come nelle potenzialità.
Tale situazione pone all’attenzione del mondo politico e del diversificato mondo del terzo settore il bisogno di adeguare non solo le indispensabili politiche di “care”, ma anche di sperimentare nuove ed originali Politiche di “Active ageing”. Politiche caratterizzate da iniziative che si devono porre l’obiettivo di assicurare completa ed effettiva “cittadinanza” agli anziani nella comunità in cui vivono.

Questo genere di politiche nasce dalla consapevolezza che l’invecchiamento è una sfida che va affrontata considerando la società nel suo complesso. L’obiettivo è quello di sostenere un invecchiamento attivo con il quale non si intende solamente la capacità dell’anziano di mantenersi fisicamente autonomo ed attivo il più a lungo possibile, ma ci si riferisce, più in generale, alla conservazione della propria progettualità e al mantenimento di un ruolo quotidiano partecipativo nella società a livello economico, sociale e culturale.
Le politiche attive rivolte verso “l’anziano che sta bene” non devono essere considerate un “lusso sociale” ma un investimento, prima di tutto in termini di civiltà e poi di ottimizzazione economica se inquadrate in una strategia politica di sviluppo di ampio respiro e a lungo termine.
Poiché gli europei vivono – seppur in maniera ancora troppo diversificata – una vita mediamente più lunga e più sana, i governi e le comunità locali dovranno confrontarsi con la necessità di sostenere politiche di invecchiamento attivo per coinvolgere le persone anziane nella società, per mantenerli attivi e per contenere il più possibile la fase terminale di inevitabile decadenza psicofisica; dunque si tratta anche di politiche essenziali per continuare a garantire la sostenibilità finanziaria dei sistemi previdenziali e di welfare.

La società contemporanea del sapere, della tecnologia, dell’informazione in tempo reale e della integrazione ha bisogno di cittadini consapevoli, capaci di comprendere ed entrare criticamente in sintonia con il continuo mutare dei processi produttivi, con il divenire sociale ed economico. “Sapere” e “saper apprendere” oggi sono due elementi fondamentali per poter partecipare consapevolmente alla vita sociale ed economica di una comunità. In questo contesto, oltre il sempre fondamentale ruolo (ed efficacia) dei sistemi di care, i processi formativi sono, e saranno sempre di più, elementi costitutivi della concreta possibilità di esprimere, e far valere la propria cittadinanza attiva in età avanzata. Le politiche di sostegno all’invecchiamento attivo dovranno dunque – in primo luogo – saper contrastare i fenomeni derivanti dall’esclusione in età avanzata dalla conoscenza delle nuove tecnologie e dei nuovi linguaggi digitali di comunicazione ed informazione.

L’UE ha segnalato la rilevanza delle questioni connesse all’andamento demografico a partire dai primi anni 2000. Purtroppo in Italia, da allora, non si è ancora provato a progettare nuove e significative politiche di ageing atte a rispondere a questa sfida, con la conseguenza che oggi si fa sempre più fatica anche solo a sostenere i percorsi assistenziali di base per gli anziani in situazione di fragilità. Rincorrendo uno stato di perpetua emergenza – aggravata anche dagli effetti della crisi finanziaria che ha attanagliato tutto l’occidente – si sono cumulati ritardi su ritardi con il risultato di rendere sempre più problematica la stessa sostenibilità dei servizi di assistenza di base sia sanitari, assistenziali che sociali. Altro effetto indotto da tali ritardi è stato quello di riversare gran parte del peso della situazione socio-sanitaria sulle famiglie, indirettamente sui giovani e sul mondo del volontariato che è stato lasciato praticamente solo ad affrontare questi temi.

Occorre ora voltare pagina. Il governo della questione demografica e le conseguenti politiche di ageing vanno oggi progettate attraverso una lettura intergenerazionale del fenomeno rifuggendo e contrastando ogni interpretazione in termini di scontro tra generazioni. “La questione giovanile” (in tutti i suoi complessi ed articolati aspetti) deve essere considerata parte integrante e complementare del più generale quadro demografico. Il sostegno alla famiglia, alla natività, l’accesso al mondo del lavoro, l’inclusione sociale, la formazione, gli stili di vita (intesi anche come prevenzione), lo spaesamento e lo stato di perenne precarietà nei quali oggi è costretto a vivere gran parte del mondo giovanile nonché l’esclusione (sociale o dal mondo del lavoro) che colpisce i giovani così come un lavoratore o una lavoratrice in età avanzata sono aspetti diversi di un unico mosaico. Un complesso mosaico la cui ricomposizione non potrà più avvenire inseguendo politiche che affondano le proprie radici in un passato interpretativo ormai assolutamente inadeguato ad affrontare i cambiamenti in corso e le inedite sfide che ci propone il futuro.

Il tasso di natività italiano è ormai sotto il livello minimo necessario a garantire continuità e sviluppo ad una società. Solo in parte è corretto dalla presenza dalle famiglie di “extracomunitari” e dai giovani che in larga maggioranza sono presenti all’interno dei flussi di migrazione. Basterebbe questa breve considerazione per comprendere come sia necessario saper rivisitare – oltre ogni interpretazione ideologica o strumentale – i grandi temi che oggi ci troviamo a dover affrontare e tra questi anche quello della immigrazione.

L’andamento demografico è un fenomeno dinamico che muta i suoi aspetti al variare delle generazioni che si susseguono. Già ora la figura dell’anziano, così come fino ad oggi è stata identificata nell’immaginario collettivo, può essere ancora riferita solo ai grandi anziani o comunque alle generazioni che hanno vissuto il secondo conflitto mondiale; anziani che hanno dovuto confrontarsi con l’avvento della società tecnologica, con i mutamenti della organizzazione familiare, con il digital divide e gli effetti della crisi. La “nuova generazione” di anziani – i babyboomers – è profondamente diversa dalle precedenti ed esprime culture, bisogni e potenzialità assolutamente nuovi.

L’andamento demografico, con tutte le sue implicazioni, pone una sfida di civiltà in termini di armonioso sviluppo economico e sociale; è un’opportunità in gran parte ancora tutta da indagare; si tratta di un passaggio obbligatorio con il quale confrontarsi per creare le condizioni di sostenibilità economica e finanziaria dei sistemi assistenziali (di care e pensionistici); una sostenibilità che non potrà mai essere generata da soli, non più sostenibili, tagli indifferenziati (da sempre la via più facile) che invece finiscono con l’aggravare l’attuale stato di cose senza creare nuove prospettive di sviluppo. Dunque una sfida che oggi sembra scontrarsi con le conseguenze della crisi economica e finanziaria che ci attanaglia; ma che, affrontandola con innovazione, determinazione e lungimiranza, può invece rappresentare una delle condizioni per avviare una nuova prospettiva di inclusione sociale, di sviluppo economico civilmente più avanzato ed economicamente sostenibile. Una prospettiva che in Italia, sia a livello centrale che locale, è ancora in gran parte da progettare e definire.

Sen. Manuela Granaiola