II museo oggi è altra cosa da quando è nato 200 anni fa. La sua funzione originaria di esporre manufatti, è messa sempre più in secondo piano dalla produzione ed esposizione di arte attraverso la partecipazione del pubblico tesa alla creazione di una grande opera collettiva.  La svolta si è avuta in Francia nel 1977 con l’apertura del Centro Pompidou. Da allora nei musei – la cui sostenibilità economica è sempre più messa in discussione – accanto all’arte troviamo letteratura, cinema, saggistica, musica. L’arte non è più confinata al visivo, che spesso nasconde anche il declino e la difficoltà del visivo stesso e, specialmente nel contemporaneo, va sempre più verso una
ibridazione dei generi, spesso con una stampella delle opere del passato, e sempre più tendente all’evento che all’oggetto d’arte in se stesso.
Per conoscere qual’è la situazione a Roma e capire meglio cosa fare e come utilizzare al meglio il grande patrimonio esistente, attraverso la creazione di storie e percorsi che creino cultura e non solo indotto turistico (che comunque non è da disprezzare) il Circolo ha organizzato un importante incontro fra esperienze diverse, di cui riportiamo la sintesi del dibattito .

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Rubens Piovano, già direttore di Istituti di cultura italiani all’estero e coordinatore della serata, ricorda ai convenuti che oggi il prodotto culturale in Italia vale il 6% del PIL e, nonostante le lodi che ci attribuiamo, i primi tagli economici in tempi di crisi riguardano proprio il settore della cultura.
Presentando Maurizio Vanni, direttore del Lu.C.C.A., il museo di arte moderna e contemporanea dell’omonima città, Piovano ricorda anche che gli Uffizi registrano un numero di visitatori ben inferiore a quello del Louvre. E afferma che per invertire la rotta ci sarebbe bisogno di entusiasmo. L’entusiasmo non manca certo a Maurizio Vanni. E nemmeno le idee, se è vero che, pur portando avanti il suo museo senza pesare sulle finanze pubbliche, riesce ad attrarre 70 mila ospiti ogni anno. Uno spazio di 1800 metri quadri diviso a metà tra spazio espositivo e aree dedicate ai servizi. Quindi:
mostre d’arte, laboratori per bambini, workshop per ragazzi e adulti, sale per momenti ricreativi, musica, performance e ristorazione.
Vanni definisce il suo marketing emozionale, un inganno leale, in quanto le componenti arte e marketing, nonostante le loro marcate differenze in termini di identità e fine ultimo, possono essere per certi versi complementari e costituire un’esperienza unitaria a volte non distinguibile. Questa esperienza consente di attrarre finanziamenti da aziende private, ridurre al minimo i finanziamenti pubblici, creare i presupposti per fidelizzare il pubblico e valorizzare il territorio. Insomma, realizzare il museo di tutti.
Ciò è naturalmente possibile in un museo di arte moderna e contemporanea non gestito da un’amministrazione pubblica, dove è consentito cambiare l’intera collezione ogni 4 o 5 mesi. La situazione muta radicalmente se si tratta di un museo archeologico, come il Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo, diretto da Rita Paris. Innanzitutto tale istituto non ha una gestione libera e autonoma, ma si inserisce nel contesto più ampio della Soprintendenza, che annovera un buon numero di musei e aree archeologiche. La direttrice, intervenendo nel dibattito, accenna alla storia della collezione e descrive il processo di rinnovamento del museo operato sotto la sua egida, con l’introduzione del colore attraverso le luci, rilevando che i marmi hanno sfumature diverse, con la rivisitazione degli apparati didattici, che devono essere semplici e non attaccabili da esperti della materia, con il miglioramento dell’apparato comunicativo e la valorizzazione della collezione che, se pur straordinaria, ha il limite di uno spazio
vincolante per i visitatori. E così Paris ha deciso di portare il museo fuori dai muri perimetrali, pubblicizzando i contenuti attraverso pannelli posti sulla cancellata, realizzando grandi teli collocati all’esterno dell’edificio, aprendo un ristorante e organizzando concerti di musica popolare di grande richiamo.
Ma l’archeologa esprime un certo disappunto constatando che alcune delle recenti misure adottate dal Ministero dei Beni Culturali non coincidono con i benefici sperati. Rimpiange la gratuità per gli under 18 e gli over 65, si rammarica per l’abolizione della Settimana della Cultura, lamenta il prolungamento dell’orario ogni venerdì fino alle 22:00, contesta la gratuità della prima domenica di ogni mese. Inefficace secondo Paris è il prolungamento d’orario del venerdì: nel suo museo gli ingressi registrati risultano quasi pari a zero. Il cambiamento del sistema della gratuità, inoltre, costringe i giovani, gli anziani, i visitatori abituali e straordinari a frequentare tutti insieme le sale espositive. Il risultato è la congestione del museo. La politica degli ingressi e della gratuità deve essere diversificata!
Rita Borioni entra a piè pari nella discussione riprendendo quanto Piovano aveva affermato poco prima in relazione ai continui confronti tra musei italiani e internazionali. Ciò che la statistica non considera è il diverso spazio espositivo che ogni museo ha a disposizione in termini di grandezza.
Basterebbe riflettere su questo punto per ribaltare il dato degli Uffizi poc’anzi citato. La caratteristica peculiare dei musei italiani è quella di essere musei “scrigni”. Il nostro Paese ospita, inoltre, un’infinità di aree archeologiche che, tolta l’eccezione comunque minoritaria della Grecia, non è confrontabile con le altre Nazioni.
In merito al rapporto pubblico-privato, Borioni mette in evidenza la particolarità italiana delle fondazioni con capitale pubblico che spesso sostengono i musei, laddove negli USA ognuna di queste è invece di natura personale e privata in misura superiore al 50 per cento. Se si pensa alle fondazioni lirico-sinfoniche italiane ci si accorge che su dieci di queste ne funziona una sola. Altra bolla da sgonfiare, per la storica dell’arte, è quella della “modellizzazione”. Il modello Roma, ad esempio, ha funzionato giusto il tempo coincidente con l’espansione economica. Poi, si registra una confusione di ruoli tra il pubblico, che addirittura assume su di se l’onere dell’intrattenimento, e il
privato che sostituisce il primo nell’attività culturale. Stante la situazione, il pubblico in tempi di crisi perde la forza propulsiva e al tempo stesso indebolisce l’impresa privata.
Per Rita Borioni il problema è che i tagli alla cultura non generano abbastanza indignazione. La cultura resta appannaggio di una élite sociale. E nessuno si lamenta se la qualità professionale al suo interno decade con l’assolvimento di funzioni gestionali o legate alla fruizione museale delegate al volontariato o ad altre forme di lavoro sostitutivo.
E’ poi il turno dell’Assessore alle politiche culturali e del turismo del I° Municipio, Andrea Valeri. Il suo intervento mira a rafforzare il giudizio sul modello Roma appena espresso da Borioni, portando l’esempio negativo della Casa del Jazz. Qui le aspirazioni volte a creare uno spazio musicale cittadino dal respiro internazionale sono naufragate nell’impossibilità di organizzare eventi di un certo rilievo. Il I° Municipio aveva organizzato, con la precedente amministrazione capitolina, iniziative slegate o
comunque evanescenti, ora l’impulso alle attività culturali è dato da accordi sottoscritti con la SIAE per favorire i nuovi talenti, da un sistema, il Distretto Culturale evoluto, in grado di interconnettere i rilievi di una mappa territoriale, reti e esigenze complementari. Altro esempio è il progetto Net-spazi in rete, attraverso il quale si ha l’ambizione di risolvere i problemi legati al costo elevato degli spazi dove
svolgere le attività legate alla cultura.
Interviene poi la Vicepresidente di Altaroma, Valeria Mangani. Le sue considerazioni vertono sul fatto che Roma ha molte potenzialità inespresse. Ad esempio non si è sufficientemente consapevoli che la nostra è una Capitale dove ancora si riesce a vestirsi da capo a piedi su misura e dove esistono, inoltre, eccellenze nel campo della formazione, come l’Istituto Europeo di Design e l’Accademia di Costume e di Moda.
Ciononostante, la moda fino a poco tempo fa non riusciva ad entrare nei musei, al contrario di quanto succedeva e succede in Francia. Ma recentemente Roma ha infranto anche questo tabù con gli spazi allestiti al Museo nazionale delle Arti del XXI secolo (MAXXI). Mangani rileva, inoltre, che la città conta 54 artigiani camiciai e un buon numero di guantai e cappellai, tanto da poter definire un vero e proprio
percorso del su misura.
La serata prosegue con due brevi incisi e una conclusione. Il primo è di Flavia Ponzi che, prendendo spunto dalla relazione simbiotica tra direttore d’orchestra e compositore, afferma che il rapporto tra il museo e il territorio che lo comprende è un rapporto da ricostruire. Il secondo è di Rita Borioni. Riferendosi ai recenti fatti di Tor Sapienza si chiede retoricamente quanto può essere importante allestire un museo in una periferia urbana. La chiusura spetta invece al segretario del Circolo, Giulia Urso, reduce da un viaggio in Francia appena compiuto, dopo aver visto giovani artisti intenti a
dipingere davanti a un discobolo, ha pensato di proporre l’elaborazione di una iniziativa culturale concreta, a nome del Circolo, da formalizzare a breve alle istituzioni cittadine.
La serata si conclude con l’impegno di continuare ad approfondire le tematiche della cultura anche ampliando la discussione ad altri temi specifici come il cinema, il teatro e la musica.

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