La proposta del Governo Renzi di una legge-quadro sul Terzo Settore può rappresentare un’occasione straordinaria per riaprire una riflessione ed un confronto sul nostro modello di sviluppo. Un Terzo Settore autonomo, cioè né Stato né Mercato, ha profonde implicazioni economiche e politiche. Per tre ragioni: la prima, di fatto, sul come dare un ordine unitario ad una realtà, quella del Terzo settore, che si è andata frastagliando in mille rivoli; una seconda, programmatica – dentro la grande crisi – sul come dare forza propulsiva ad una realtà che potenzialmente può rappresentare una risposta alla crisi stessa; infine, una terza, politica – con l’adesione del PD al Partito Socialista Europeo – sul come una forza che fa parte del Partito Socialista Europeo pensa il terzo Settore all’interno di una riformulazione di una politica dell’eguaglianza, all’altezza delle nuove sfide (crisi delle politiche redistributive, sviluppo di nuove forme di autorganizzazione ecc.). Siamo infatti alla seconda grande crisi delle politiche della eguaglianza (Pierre Rosanvallon) e volendo perseguire un obiettivo egualitario non lo si può fare soltanto con politiche redistributive. Nuove politiche dell’eguaglianza non possono non assumere il Terzo Settore come un elemento strategico fondamentale. Una legge-quadro inevitabilmente, proprio perché interviene sulla vita e sulle prospettive di migliaia di organizzazioni sociali (oltre trecentomila), porta quindi il discorso immediatamente sulla visione sociale, sul modello sociale di sviluppo, sulla sua ispirazione di fondo; il confronto su tale legge non può limitarsi quindi agli “addetti ai lavori”. La linea di ragionamento che vorrei proporre, si sviluppa attorno a tre snodi fondamentali partendo da una previsione/assunto per me politicamente essenziale: il futuro dell’idea socialista nel XXI secolo si svolgerà necessariamente attorno all’approfondimento sociale dell’ideale democratico ed egualitario. Approfondimento sociale, di questo è necessario trattare, proprio per ridurre la frattura crescente e micidiale tra cittadinanza politica e cittadinanza sociale, frattura alla base della cosiddetta crisi democratica. Thomas Piketty, nel suo grande affresco sul capitalismo attuale parla di un ritorno della diseguaglianza al livello antecedente il 1789, a prima cioè della rivoluzione francese. Riordinare il campo del Terzo Settore vuol dire necessariamente definirlo. Una definizione, per non essere arbitraria, può essere illustrata sui due classici assi cartesiani: il valore di riferimento delle varie attività del Terzo Settore sulla ascissa, e la caratteristica specifica del “prodotto” di tali attività sulla ordinata.  I due caratteri possono così succintamente essere indicati: a) la Fraternité, come viene tratteggiata da Jacques Derrida nel suo splendido Politiche dell’Amicizia, dovrebbe essere assunta come il valore di riferimento del Terzo Settore, la sua stella polare: valore di riferimento che diventa necessariamente elemento di distinzione e criterio di appartenenza. Fraternité parte trascurata della magica triade dei diritti dell’uomo – assunta come bandiera trait d’union tra Liberté ed Egalité. b) i Beni relazionali come “prodotto” delle attività del Terzo Settore. Questa terza familia di beni – insieme a beni privati e beni comuni – concettualizzata negli anni Novanta, grazie al lavoro pionieristico specialmente di Martha Nussbaum, dovrebbero essere assunti come  secondo criterio distintivo della multiforme attività del terzo settore. Per di più oggi, al tempo della grande Crisi, mentre i beni privati soffrono dell’effetto saturazione, i beni relazionali ed i beni comuni rappresentano la componente più dinamica della domanda sociale. Un Terzo Settore, quindi, che ha il suo centro di gravità nella autorganizzazione, nella reciprocità, nella cooperazione, nel volontariato; un Terzo settore inoltre come forza di risocializzazione delle aree sociali più colpite dalla Crisi. La proposta va assunta quindi come un grande fatto positivo. Ciò che però colpisce negativamente nella proposta governativa, è l’insistenza sulla cosiddetta Impresa Sociale. Impresa sociale – se proprio vogliamo usare tale formula – è già la cooperazione sociale, che unisce in sé, per definizione, una capacità di produrre beni relazionali e insieme, un sistema di governo collegiale e partecipato, fondato sulla pari responsabilità dei soci cooperatori.  Perché voler introdurre l’impresa privata nel terzo settore? Lasciamo da parte, per carità di Patria, il capitalismo solidale, presente nel documento del governo! La formula Impresa Sociale è un ossimoro. La strutturazione del sociale non può essere affidata alla logica del profitto, neanche calmierato,(d’altra parte, chi controllerebbe il “giusto profitto”? Per dirla con San Tommaso, per la contraddizion [politica] che nol consente. Lester Salamon, uno dei massimi studiosi del Terzo settore, sosteneva anni fa, prima ancora della Grande Crisi, che stavamo assistendo allo sviluppo di una propensione mai vista nelle nostre società a mettersi insieme, ad associarsi.  Propensione all’Associazionismo come l’altra faccia della esplosione del cosiddetto individualismo di massa.  Come è pensabile, se non come effetto di una distorsione ideologica, che dentro la Grande Crisi, cioè dentro un contesto in cui il fenomeno dello associarsi tende inevitabilmente ad accentuarsi, rispondere a tale tendenza con la proposta della privatizzazione del sociale, attraverso cioè non lo sviluppo della cooperazione sociale, ma dell’impresa privata però battezzata sociale?