In un importante e rinomato libro datato 1994 Franco Moretti teorizzava il concetto di OperaMondo allo scopo di spiegare il tentativo di ricostruire una forma epica all’interno dell’estetica della modernità, dal Faust di Johann Wolfgang Goethe a Cent’anni di solitudine di Gabriel Garcia Marquez. Sostanzialmente, Moretti passava in rassegna una serie di opere letterarie ipertrofiche che ambiscono nella forma e nella sostanza ad inglobare tutta l’esperienza umana del mondo al loro interno. Questa ambizione caratterizza già opere di epoca medievale, la più famosa delle quali è certamente la Commedia di Dante, opera che ambisce a fondare, o ri-fondare il genere comico eccedendo le dimensioni formali del romanzo tanto nella misura dei versi, decasillabi epici (con l’ultima atona caratteristica dell’Italiano come degli altri volgari romanzi “meridionali”) invece che ottosillabi, che nelle modalità del loro collegamento, la terzina invece del couplet, come più ancora quelle dell’argomento, l’ordine universale del mondo anche dopo la morte di chi lo abita.

Così come la Commedia di Dante nel medioevo, le opere di epoca moderna di cui parla Moretti ambiscono ad inghiottire il mondo nel loro testo, adottando atteggiamenti riassuntivi piuttosto che collaborativi nei confronti della tradizione letteraria. La loro dimensione epica è necessariamente sostanziata di quella polifonia che, giustamente, Moretti giudica completamente estranea al romanzo borghese, almeno quanto lo era a quello medievale secondo Auerbach e Bachtin. Infatti, un’opera che ambisca ad includere l’intera fenomenologia del mondo deve essere necessariamente aperta a tutti i registri e a tutti i linguaggi.

L’opera-mondo ambisce in maniera più o meno esplicita a separarsi dall’estetica del genere di riferimento, producendo uno scarto morfologico che dà luogo a capolavori incapaci di riprodursi, ovvero di rappresentare un modello da imitare. Per questo le opere mondo restano ineguagliate, magari imitate di rado e male in quanto costituzionalmente inimitabili, dunque incapaci di determinare l’emergenza di una nuova estetica di genere. Talvolta è proprio quello che i loro autori, da Dante a Joice, auspicano, altre volte, come nel caso di Musil, è piuttosto l’effetto di un processo di degenerazione, che porta il romanzo a diventare un’altra cosa.

Il ragionamento di Moretti, così sintetizzato e rivisitato, può essere arricchito proprio da un confronto con la forma standard che queste opere epiche mirano a superare mediante questo meccanismo inclusivo di tutto ciò che può essere incluso, cioè il romanzo. Il genere egemone della letteratura occidentale, e prospetticamente mondiale, conta al suo interno una serie potenzialmente infinita di opere che si pongono come pezzi di un organismo più grande che ambisce a descrivere il mondo in maniera collaborativa. Non è un caso se ogni romanzo racconti storie diverse da quelle già narrate, cioè si dia un soggetto originale, immediatamente integrabile all’interno di una casistica pre-esistente, dunque di un’estetica di genere.

Nel medioevo i romanzi narrano nuove gesta di un cavaliere famoso o nuove avventure di un personaggio menzionato in altre opere e mai divenuto oggetto di una trattazione monografica. Nella storia moderna del genere i romanzi introducono nuove categorie di personaggi: dai picari ai tormentati intellettuali, dalle signore borghesi, ai sagaci investigatori. Di sicuro, fin dagli inizi medievali della sua storia organica, dunque dal momento in cui emerge la tassonomia di genere, il romanzo si auto-pensa nella mente di tutti coloro che contribuiscono a definirlo come tendenzialmente esaustivo.

È come se i romanzieri ambissero a raccontare (nel medioevo e ancora oggi) storie che si completano l’una con l’altra, allargando i margini della casistica dei fatti e dell’agire umano all’interno dei confini del genere. Questa propensione all’esaustività, non enciclopedica, ma certamente accumulativa e in un certo senso collaborativa, potrebbe rappresentare una delle ragioni per le quali il romanzo è cresciuto fino a diventare il più importante genere letterario prima europeo, poi mondiale. Allo stesso modo si spiega, forse, per quale motivo questo genere originatosi nel medioevo sia sopravvissuto all’avvento di quelli veicolati da media apparentemente più efficienti come l’opera, la radio, il cinema, la televisione, il world wide web.

In sostanza, ogni romanzo si situa all’interno di una storia del romanzesco che presuppone l’esistenza di una biblioteca di romanzi, precedenti, contemporanei e futuri. Non c’è autore, neanche Moccia o Volo, che non sappia dell’esistenza di altri che l’hanno preceduto e non miri in una qualche misura ad imitarli, talvolta mitizzandoli, talvolta contestandoli. La storia del romanzo è, dunque, una storia di adesioni a modelli di stile o conflitti culturali che si svolgono all’interno di un sistema di genere tra attori che si auto-riconoscono, riconoscendo al contempo l’esistenza dell’altro, ovvero degli altri e, in una qualche misura, più o meno matura, intensa, al limite demenziale, confrontandosi con essi.

Per contro, l’Opera Mondo certamente eccede le dimensioni del sistema letterario di riferimento, e la cosa in sé non sarebbe problematica, se non fosse che questa eccezione implica una forma riassuntiva e cannibalistica di tutto ciò che la precede, ma in un certo senso anche di ciò che la seguirà. L’Opera Mondo ambisce a dire tutto il dicibile, riassumendo non soltanto quello che è stato detto, ma anche tutto ciò che si proverà a dire in futuro. L’Opera Mondo, ipertrofica e onnivora, mira a contenere al suo interno tutto ciò che esiste e, possibilmente, anche ciò che non esiste.

Le considerazioni che seguiranno nei prossimi capitoli stabiliscono un parallelo tra questa forma letteraria e una forma di associazione politica che sarà definita, analogicamente Partito Mondo. Questo Partito Mondo non dovrà essere inteso come un’astrazione, come una entità fantascientifica, quanto piuttosto come un Partito Politico che esiste, qui ed ora, nel 2014. Questo Partito Mondo è, in un certo senso, l’unico partito rimasto in Italia e si chiama Partito Democratico.

(continua…)