Quando nel luglio dello scorso anno, mesi prima delle primarie per il segretario nazionale del Pd, scrissi che non si trattava di scegliere un leader ma il partito di domani* mi riferivo a quanto temevo  sarebbe avvenuto con l’elezione di Matteo Renzi. La scelta era tra il partito dell’Io e il partito del noi. Da una parte un segretario e un gruppo dirigente che si candidavano, col supporto elettorale e propagandistico di un partito leggero, a guidare direttamente governo e istituzioni rappresentative. Dall’altra un partito forte ma separato dallo Stato, organizzato e radicato nel territorio,  capace di interpretare e mediare, nel confronto quotidiano coi cittadini, aspettative, idee e proposte con le quali concorrere, come detta la Costituzione, a determinare con metodo democratico la politica nazionale (art. 49). Questo era anche il modello disegnato per il Pd, con la consultazione di decine e decine di circoli, dall’ex ministro della coesione territoriale  Fabrizio Barca. Un partito  non stato centrico, capace di collaborare alla selezione del personale dirigente della pubblica amministrazione mantenendosi tuttavia rigorosamente separato da quest’ultima.
Di  queste due forme-partito, profondamente diverse e decisamente incompatibili, la prima è quella che ha caratterizzato il ventennio trascorso, così sintetizzata da Paolo Gentiloni, notoriamente legato all’ex sindaco di Firenze, sulla repubblica di giovedì 20 febbraio: “…la coincidenza tra premiership e leadership – ha detto Gentiloni –  è un pilastro della visione del Pd e obiettivamente di qualsiasi democrazia contemporanea. E’ ovvio che la sfida che abbiamo davanti si gioca insieme nel governo e nel partito. Non a caso lo statuto democratico prevede la coincidenza tra leader del governo e leader del partito, la stessa cosa che riguarda Cameron, la Merkel, fu così per Zapatero…non esistono due leadership parallele in nessuna parte del mondo e non esisteranno neppure da noi”.

Del tutto opposta è la forma di  “un partito nuovo per un buon governo”,  delineata da Fabrizio Barca nel capitolo del suo libro dedicato all’organizzazione di “un partito separato dallo stato”:

“Le caratteristiche del nuovo partito rendono indispensabile superare la sua attuale dipendenza dallo Stato, sia in termini finanziari, sia in termini di relazione tra i funzionari del partito (locali, regionali e nazionali), da un lato, e le persone elette o nominate negli organi di governo con il concorso del partito, oppure selezionate con criteri di merito ( e non su proposta o pressione dei partiti) nell’amministrazione, nelle agenzie e authority, negli enti di pubblica proprietà, dall’altro. Queste due separazioni costituiscono la condizione indispensabile affinché il partito sia credibilmente dedicato alla raccolta, aggregazione, produzione e rivendicazione di soluzioni per governare, restando questo processo distinto dalle decisioni che verranno prese dalle suddette istituzioni…( Fabrizio Barca, “La Traversata” pag.96).

E ancora più esplicitamente, al n.47 della sintesi pubblicata nel luglio del 2013: “…La separazione del partito dallo stato richiede che nessun incarico di governo o amministrazione (da quello di presidente del Consiglio a quello di assessore comunale) sia compatibile con ruoli dirigenziali nel partito. Il passaggio dal secondo al primo ruolo resterebbe comune, ma il ricambio dirigenziale dovrebbe essere automatico. Va inoltre scongiurata con regole e controlli chiari l’assunzione da parte di dirigenti e iscritti di incarichi in enti pubblici quando il meccanismo selettivo non sia concorrenziale…(Fabrizio Barca, “La Traversata”, pag. 174). Insomma, no al segretario premier a tutti i livelli del partito, no alla confusione dei dirigenti del Pd o di persone da questi nominate con le cariche direttive della pubblica amministrazione e degli enti pubblici in generale  (a cominciare dalla RAI).

Credo che chiunque sia in grado di immaginare la rivoluzione che tutto questo comporterebbe non solo alla democrazia interna ma al rapporto della politica con i cittadini in un momento in  cui la fiducia di questi ultimi è quasi pari allo zero. Che il partito democratico non sia ancora maturo per questa rivoluzione lo si è toccato con mano in questi mesi e in queste settimane. Infatti, che cosa si poteva trovare di meglio per far morire sul nascere la nuova scuola di pensiero che offrire al suo principale esponente il posto di ministro dell’economia nel nuovo governo? Ma non credo si possa parlare di dolo, semmai di ignoranza.

Naturalmente né Fabrizio Barca né quanti hanno commentato favorevolmente la sua analisi della crisi politica attuale e il progetto di partito che ne è derivato ignorano che si tratta di un’ impostazione  largamente minoritaria. Tanto più minoritaria  quanto più si procede dalle posizioni della base al vertice del Pd. Tuttavia il largo consenso raggiunto dall’ex ministro nel suo lungo viaggio tra i circoli di tutta Italia lasciava ben sperare in un’affermazione delle sue tesi almeno a lunga scadenza. Oggi la domanda è: con il rafforzamento dell’egemonia renziana, che quelle tesi non solo contraddice ma intende cancellare dall’orizzonte,  possiamo ancora aspettarci dal Pd quel “partito nuovo” per il quale tanti di noi si sono accostati per la prima volta alla politica militante?

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*Nell’editoriale “Primarie Pd: io sono con Bobo”, scrivevo tra l’altro : “…Se il leader del partito è anche capo del governo, il gruppo dirigente centrale si identificherà col governo, la propaganda prevarrà sull’ elaborazione critica. Gli scontri interni all’oligarchia, assistiti dalla comunicazione mediatica diretta con gli elettori, toglieranno spazio al dibattito democratico nei circoli e nei quadri intermedi. Vorrebbe dire spegnere quel confronto di idee e conoscenze negli organismi di base del partito che soltanto da poco, grazie anche allo stimolo di associazioni e movimenti della sinistra, ha ripreso a dar segno di vita. Compito del segretario, come degli altri dirigenti del Pd è di promuoverlo, coordinarlo e tradurlo in indirizzi politici per gli eletti nelle istituzioni rappresentative, centrali e periferiche.

Se il partito con la sua dirigenza subisce, come è avvenuto finora, l’egemonia degli eletti, più difficile sarà il buongoverno, la difesa del bene pubblico dagli interessi privati e più difficile il cambiamento. Solo sfidando lo Stato dall’esterno può nascere vera innovazione.E in questa sfida la base degli iscritti, aprendosi sempre di più alle sollecitazioni del territorio che ha il compito di interpretare, avrebbe quel ruolo chiave che molti vorrebbero valorizzato. Con le primarie aperte per il segretario, invece, il compito specifico dei militanti del Pd “si ridurrebbe a quello di montare i gazebo” (la battuta non è mia ma di Massimo D’Alema al recente incontro pubblico con Rodotá)….”