L’adesione al Partito Socialista Europeo è stato sicuramente l’atto politico più importante e più ricco di implicazioni di Matteo Renzi. Tagliando, finalmente, il nodo di Gordio della piena appartenenza alla familia socialista, Renzi ha definito, con tale atto, la prima questione per una forza politica, cioè la questione della sua identità. Il risultato straordinario delle elezioni europee  poi, colloca il Pd oggi – basta guardare le foto di familia – tra le principali forze del Partito Socialista Europeo.  Penso che tale sequenza più che portare ad evocare la formula Partito della Nazione, che evoca a sua volta facilmente l’altra formula del Partito Pigliatutto di Otto Kirchheimer,  una specie di Partito-Stato , oppure la formula del Partito Riformista o del Partito del cambiamento, che non significano sostanzialmente nulla,  debba spingere la riflessione attorno alla questione PD – Partito neosocialista. PD come Partito Socialdemocratico: così lo nomina, tra l’altro, in un recente intervento su Repubblica Sigmar Gabriel, segretario generale della SPD. Le implicazioni da far discendere necessariamente dalla adesione al PSE, assunta come scelta fondamentale, vanno messe a fuoco con organicità, devono diventare il centro della riflessione e del confronto interno al PD e all’intera Sinistra dentro un contesto, come l’attuale, di grande problematicità e prevedibilmente di lunga durata. Tale contesto  è infatti segnato da una parte dall’esplosione della grande Crisi e dall’altro dalle contraddizioni – da più parti ritenute persino insormontabili, specie dopo l’allargamento all’Est – interne al processo stesso di integrazione europea. Un contributo di grande sostanza a tale riflessione può essere quello che proviene dal cosidetto Streeck-Habermas Debatte, come viene chiamato in analogia allo storico Bernstein Debatte, su cosa può significare il socialismo oggi. Il confronto che ha impegnato due figure preminenti della cultura politica tedesca , Jurgen Habermas e Wolfang Streeck, può essere sommamente utile anche in Italia, anche a Sinistra, per uscire da una lunga fase dominata dal pensiero debole, il pensiero dei post (postcapitalismo, postsocialismo, post di tutti gli ismi immaginabili ecc.) prefisso-escamotage di tanti  “pensatori” che per il loro incerto procedere hanno sempre bisogno del bastone di sostegno. Nella prospettiva immediata, la collocazione nella familia socialista  configura per il Pd un vero vantaggio strategico: la rivendicazione del superamento delle politiche di austerità – vero snodo delle politiche europee – può essere sollevata non tanto e soltanto in nome dei semplici interessi nazionali  (l’Italia contro la Germania)  o dei paesi più deboli contro i paesi più forti (i mediterranei contro i nordici) ma poggiare su un’impostazione, pur in gradi diversi, condivisa in primo luogo da tutta la familia socialista europea . Il vantaggio strategico, in secondo luogo, non è di poco conto. Il vantaggio può diventare egemonia: se gestito con sapienza consente non solo di evitare il classico melò italiano della “voce grossa ”, dei “pugni sul tavolo”, dell’immancabile filippica contro i “ burocrati di Bruxelles”, ma di sviluppare, all’interno del richiamato contesto, un’offensiva politica pensata e organizzata sull’asse destra-sinistra, su un asse cioè che punta a tenere insieme l’affermazione di una linea di neokeynesismo europeo ed un progressivo passaggio dalla democrazia nazionale alla democrazia europea. In una prospettiva di lunga durata , l’integrazione politica europea rappresenta l’unica prospettiva per riequilibrare il rapporto impazzito tra politica e mercato, tra democrazia politica e capitalismo (Habermas al seminario della SPD a Posdam) cioè tra i bisogni delle Persone e le attese di profitto del Capitale . Un’impresa politica di tali dimensioni però può essere affrontata solo se si mette al centro la riformulazione-riconfigurazione di altri due temi che qui mi limito solo a nominare: la questione della Eguaglianza oggi, della Eguaglianza come valore fondante e la questione della Forma-Partito, di una forza socialista alla scala del Continente. Thomas Piketty nel suo grande affresco sul capitalismo contemporaneo parla di un ritorno della diseguaglianza al livello di quello della Francia pre 1789, prima cioè della rivoluzione francese. Viene da chiedersi: a cosa serve un partito neosocialista se non a contrastare l’approfondirsi della diseguaglianza? Come allora riformulare tale idea-forza, visto che l’eguaglianza delle opportunità, concezione della eguaglianza dominante a sinistra in tutti questi anni, non è riuscita a contrastare-contenere l’offensiva antiegualitaria della destra liberista? La questione della forma-partito non può non porsi che come grande questione democratica, specie alla luce dell’esperienza concreta e nefasta dell’esplosione delle più varie forme di partiti personali.

Partiti ridotti a Compagnie di Ventura

Viene da chiedersi : tra tante riforme istituzionali , visto che la pietra angolare dell’intero edificio istituzionale è costituito dal Partito politico, a quando una legge (come sosteneva Don Sturzo fin dal 1959) che regoli il democratico funzionamento del Partito politico stesso ?

Luigi Agostini 14 luglio 2014