Tema conduttore: Musica e Cinema

 

« L’orchestra è un mondo. Ognuno contribuisce con il proprio strumento, con il proprio talento. Per il tempo di un concerto siamo tutti uniti, e suoniamo insieme, nella speranza di arrivare ad un suono magico: l’armonia. Questo è il vero comunismo. Per il tempo di un concerto. » (Andreï Filipov prima del concerto)

Per la prima Rassegna di Cinema del Circolo Giubbonari si è scelto un tema apparentemente semplice, quasi ovvio: la musica. La musica genera forza e passione, unisce e infrange barriere, va oltre ogni possibile embargo, infonde coraggio rendendo possibile la realizzazione di sogni e progetti. Ma al di là della musica, che cosa lega i titoli della Rassegna e che cosa lega questi con gli incontri del mercoledì e con le parole chiave che il Circolo e il nostro segretario Giulia hanno lanciato come sfida da vincere: Interculturalità, Europa, Sinistra? Alla base del nostro agire politico, e perciò della scelta della nostra Rassegna, c’è un’idea della musica come prova di collaborazione. Per il sociologo ed antropologo Richard Sennet “la collaborazione può essere definita, grossolanamente, come uno scambio in cui i partecipanti traggono vantaggio dall’essere insieme”. La mentalità collaborativa a cui si fa riferimento, che si esplicita meglio attraverso il concetto della musica, il contrario della rassegnazione, è un’idea per cui “i problemi del convivere con la differenza sono di tale portata che non vi può essere un’unica e definitiva soluzione”. Per la gestione dei conflitti, sfida che ci pone l’attuale società complessa “l’alternativa positiva è un tipo di collaborazione impegnativa e difficile: quella che cerca di mettere insieme persone che hanno interessi distinti o confliggenti, che non hanno simpatia reciproca, che non sono alla pari o che semplicemente non si capiscono tra loro.” La sfida per Sennet, e per il nostro modo di vedere, è quella di rispondere all’altro dal suo punto di vista. Tutto ciò è possibile farlo scaturire, oggi, soprattutto dall’attvità pratica, come quella di suonare in un gruppo. E’ qui che si sviluppa la capacità dell’ascolto e lo scambio dialogico. Sempre Sennet ci aiuta a comprendere la forza dialogica della musica, in particolar modo la musica classica e la prova d’orchestra. “Nella musica classica si lavora su partiture stampate e si potrebbe pensare che sia la partitura a dirigere la conversazione. Ma i pallini di inchiostro stampati non bastano a dirci che suono avrà quella musica”. Per capire davvero quello che aveva in testa il compositore che ha scritto la partitura i musicisti devono provare insieme e c’è una differenza basilare tra l’esercitarsi e il provare: “la prima è un’esperienza solitaria, la seconda è collettiva”. Richard Sennet, che è stato anche un musicista professionista spiega, il concetto di collaborazione e ascolto attraverso le prove d’orchestra, con l’esempio dell’Ottetto di Schubert: “Nell’Ottetto di Schubert il compositore spezza in frammenti certe melodie inizialmente condivise da tutti e otto gli strumentisti. E’ un punto molto delicato: quando la melodia si frammenta, ciascun musicista deve comunicare: ‘Ecco, io qui mi distacco dalla linea melodica’, ma con levità, senza farne un affare di stato. Così mi immagino ragionasse Schubert, ma posso comprovare la mia idea soltanto lavorando con gli altri musicisti, mentre il mio suono si unisce e poi diverge dal loro.” E durante le prove il grande direttore Pierre Monteux ripeteva sempre: “Non leggete, ascoltate”.

Quello che si vuole proporre con questa piccola Rassegna di storie legate dalla musica non è una serie di incontri che somiglino a “seminari di filosofia”, ma, come nelle prove d’orchestra, dove il lavoro è anche empirico, è un tipo di collaborazione che parta “dalle cose più terra terra”, che indaghi su problemi concreti. Come fanno i musicisti che “devono trovare punti specifici significativi e lavorare su quelli”, anche la nostra comunità, sempre più interculturale, deve imparare a rispettare i tempi e le espressioni degli altri, per raggiungere una consonanza di voci e di strumenti che è l’armonia.

I primi tre titoli proposti sono:

Il concerto (Le concert) di Radu Mihaileanu (2009), presentano Paola Caso e Donatella Scatena

Sugar man di Malik Bendjelloul (2012), presenta Paolo Perilli

Buena Vista Social Club di Wim Wenders(1999), presenta Alberto Dentice

Dopo una pausa durante la quale la programmazione sarà più direttamente legata alle tematiche dei mercoledì, la Rassegna riprenderà con i titoli:

I Gatti Persiani di Bahman Ghobadi (2009)

L’Orchestra di Piazza Vittorio di Agostino Ferrente (1996)

I Love Radio Rock di Richard Curtis (2009)

Good Morning Vietnam di Barry Levinson (1987)

Per il Gruppo Cinema

Donatella Scatena e Valeria Cicogna

Il concerto (Le concert) è un film del 2009 del regista rumeno-francese RaduMihăileanu.

Ambientato fra Mosca e Parigi, il film è girato in russo e francese. Nel 2010 ha vinto i Premi César per la migliore musica da film e per il miglior sonoro ed è stato premiato come miglior film europeo da entrambi i maggiori riconoscimenti cinematografici italiani, i David di Donatello e i Nastri d’argento. Ha ricevuto inoltre una candidatura ai Premi Magritte 2011 nella categoria migliore coproduzione.

All’epoca di Brežnev, AndreïFilipov è il più grande direttore d’orchestra dell’Unione Sovietica: dirige la celebre Orchestra del Teatro Bol’šoj, ma viene licenziato all’apice della gloria, interrotto nel mezzo di un concerto, perché precedentemente si era rifiutato di espellere dalla sua orchestra tutti i musicisti ebrei. Ventinove anni dopo lavora ancora al Bol’šoj, ma come uomo delle pulizie. Una sera Andreï si trattiene fino a tardi, per tirare a lustro l’ufficio del direttore e trova casualmente un fax indirizzato alla direzione del Bol’šoj: è del ThéâtreduChâtelet, che invita l’orchestra ufficiale a suonare a Parigi. All’improvviso Andreï ha un’idea folle: riunire i suoi vecchi amici musicisti che, come lui, vivono facendo umili lavori e portarli a Parigi, spacciandoli per l’orchestra del Bol’šoj. È l’occasione tanto attesa da tutti di potersi finalmente prendere una rivalsa e di terminare il Concerto per violino e orchestra di Čajkovskij che stavano suonando trent’anni prima, prima di essere interrotti. Ma nella decisione di Filipov di voler attuare questo assurdo quanto coraggioso piano non c’è solo la voglia di rivalsa per ciò che gli fu negato 30 anni prima: un segreto tenuto per tutto questo periodo ben nascosto sta per venire alla luce. In un misto di ironia e pathos si snoda l’avventura dell’improbabile orchestra.

Sugar Man è un film documentario del 2012 scritto, diretto e montato da Malik Bendjelloul.

Il film è incentrato sulla figura del cantautore statunitense Sixto Rodriguez,  un cantautore folk cresciuto nella Detroit degli anni ‘60. Nel 1969 viene scoperto in un club della città da Clarence Avant, produttore della Motown Records, già manager di Miles Davis e di li a poco di un giovanissimo Micheal Jackson. Nel ‘70 e nel ‘71 escono i primi due album, “Cold Fact” e “Coming From Reality”, che riscuotono ottime recensioni ma si dimostrano due clamorosi flop di vendita. L’etichetta abbandona Sixto che, deluso dall’insuccesso, lascia la chitarra e inizia a lavorare come operaio edile. Dopo quasi trent’ anni una telefonata dal Sudafrica cambia all’improvviso la sua vita. Sixto scopre che le sue canzoni sono state il simbolo della lotta all’Apartheid e che il suo nome è entrato nella storia della musica in quel lontano paese. Sugar Man è il racconto di una vicenda eccezionale che parla di speranza, di riscatto e della forza della musica. L’anteprima a Biografilm Festival 2013 di Searching For Sugar Man, nell’ambito della sezione Contemporary Lives, è resa possibile dalla collaborazione con il distributore internazionale Protagonist Pictures e con Unipol Biografilm Collection che distribuirà il film in Italia in collaborazione con Feltrinelli Real Cinema e Sky Arte HD.

Buena Vista Social Club è un film documentario del 1999 diretto da Wim Wenders.

Il musicista RyCooder, invitato da Wenders, va alla scoperta dei musicisti del Buena Vista Social Club di Havana. I talenti che ospitava, erano (e sono) enormi, ma sconosciuti (fino a questo film) al grande pubblico. Wenders, col suo stile rigoroso, reale-espressionista (appunto, è solo suo) racconta la loro storia, lunga, misera e magnifica. I personaggi sono: Ibrahim Ferrer, cantante, Ruben Gonzalez, chitarrista, Manuel “Puntillita” Licea, pianista, OmaraPortuondo, l’Edith Piaf cubana, Manuel Galban, chitarrista. E altri. Tutti oltre gli ottanta, qualcuno oltre i novanta. Il regime di Castro, inibendo loro il resto del mondo, li ha costretti a una vita povera anche se non infelice: lo dicono continuamente “la fortuna di essere cubano”. E comunque, per il successo nel mondo c’è voluto Wenders, che ama queste iniziative, basti ricordare i Madredeus, diventati internazionali grazie a Lisbon Story. Nella loro tournée americana i cubani guardano le vetrine della Quinta strada e non riconoscono le effigi di Kennedy e della Monroe. E tutti raccontano, di quegli anni lontani, del Club in cui si esibivano, loro, leggende tornate viventi. E naturalmente Wenders non ignora L’Havana, la povertà, i colori, le vecchie Cadillac rimaste lì dai tempi di Batista, gli alberghi lussuosi rovinati dal vento e dal mare e lasciati a marcire, le prostitute, i mendicanti, i bambini che rincorrono i turisti. Il film comincia col grande concerto di New York del gruppo, e ricordo dopo ricordo ritorna al concerto. Da allora i musicisti, vitali, eterni, girano i teatri del mondo e vendono milioni di dischi. Un grande film, il miglior Wenders.

I Gatti Persiani è un film del 2009 diretto da BahmanGhobadi

È stato presentato nella sezione Un Certain Regard al Festival di Cannes 2009, dove ha vinto il premio speciale della giuria. Un ragazzo ed una ragazza, Ashkan e Negar, vogliono poter suonare e creare musica rock, anche al costo di lasciare l’Iran, il loro paese. Tramite il padre di uno di loro, conoscono Nader, un personaggio molto ben inserito nel mondo musicale sotterraneo di Teheran, che permette loro (ed allo spettatore) di conoscere uno spaccato estremamente variegato della musica iraniana, passando dall’indie al folk, dal metal alla musica tradizionale, ma anche dalle feste nelle abitazioni private, dove la musica ha ancora un’altra espressione di sé. Il film mostra le difficoltà che questi ragazzi affrontano, spesso col sorriso sulle labbra, nel confrontarsi con un sistema di autorizzazioni e permessi difficilissimi da ottenere, visti e passaporti per poter fare un concerto all’estero, e tutti i sacrifici e le vie non proprio legali che sono costretti a scegliere.

L’Orchestra di Piazza Vittorio è un film documentario del 1996 diretto da Agostino Ferrente.

L’opera è stata presentata in prima mondiale nel 2006 al Festival internazionale del film di Locarno, come evento di chiusura in Piazza Grande davanti a 8.000 spettatori, in quella che è una delle più grandi sale di proiezione del mondo con uno degli schermi cinematografici più grandi d’Europa (26 metri di lunghezza e 14 di altezza). Il film racconta, in chiave diaristica e autobiografica la nascita “in diretta” dell’omonimo ensamble ideato e creato da Mario Tronco (già tastierista degli Avion Travel) e dal regista stesso. 2001. Mario, musicista, e Agostino, documentarista, abitano entrambi all’Esquilino il quartiere multietnico di Roma che si sviluppa attorno a Piazza Vittorio.Uniscono le forze per salvare l’unico cinema sopravvissuto nel quartiere, lo storico Cinema Apollo, che sta per essere trasformato in una sala bingo. L’idea di Agostino è farlo diventare un cantiere multidisciplinare dove proiettare film e suonare musiche del mondo. Il compito di Mario è trasformare quelle musiche in un’orchestra. Creano un comitato, l’Apollo 11, e decidono di filmare questa sfida che già pare un film. I due girano in vespa per Roma con la telecamera sempre al seguito, tra scoperte e delusioni, arruolano una ventina di musicisti, chi in fuga dal proprio paese, chi speranzoso di tornarci appena possibile. Ognuno con la propria fede, musulmana, ebrea, induista, cattolica, o atea… e soprattutto col proprio strumento, spesso sconosciuto agli italiani, con cui cerca di sopravvivere in una “città aperta” come Roma, che una restrittiva legge sull’immigrazione, la “Bossi Fini” vorrebbe un po’ più chiusa. Chi suona per strada o nei ristoranti, chi cucina e sciacqua pentole; qualcuno è diplomato al conservatorio del proprio Paese, ma i più suonano ad orecchio e non sanno leggere uno spartito. C’è anche qualche italiano, a rappresentare la “minoranza etnica”.A novembre del 2012, nonostante le rivalità e le difficoltà economiche e burocratiche, l’Orchestra di Piazza Vittorio debutta al Roma Europa Festival.

I Love Radio Rock è un film del 2009 scritto e diretto da Richard Curtis.

La pellicola è dedicata al fenomeno delle radio pirata inglesi degli anni sessanta, ispirandosi in particolare alla vicenda di Radio Caroline. A metà anni ’60, nella rigida Inghilterra che si stava risvegliando grazie alla Swinging London, i neo denominati teenager trovavano una scappatoia dalla severa realtà ascoltando le radio pirata che, a differenza della BBC, trasmettevano canzoni rock e pop ventiquattro ore al giorno. Spaventato dall’influenza che quella musica ribelle e trasgressiva poteva avere sui giovani e giovanissimi, l’austero ministro Dormandy (Kenneth Branagh) decide di avviare una personalissima battaglia per farle chiudere e affida a Twatt (Jack Davenport) l’onere di trovare un cavillo legale che possa servire al suo scopo. Nel frattempo, al largo del Mare del Nord, gli otto DJ “ricercati” capitanati da Quentin (Bill Nighy), accolgono il figlioccio del capo Carl (Tom Sturridge) che è appena stato espulso da scuola. A bordo della nave di Radio Rock Carl scoprirà i valori dell’amicizia e dell’amore e diventerà grande.
 La musica è il motore dell’azione di I Love Radio Rock, la brillante e ispirata commedia di Richard Curtis che ripercorre un’epoca di forte contrasto politico-sociale, esaminando da una parte il rigore dei colletti bianchi e dall’altra la voglia di libertà dei giovani. Negli anni in cui la radio rappresentava un momento di raccoglimento collettivo, l’americano Conte (Philip Seymour Hoffman) e il suo rivale inglese Gavin (RhysIfans) – “pirati” che vivevano letteralmente per la musica – facevano sognare gli ascoltatori con le loro storie personali e tanto rock’n’roll.

Good Morning Vietnam è un film del 1987 diretto da Barry Levinson.

Tratta della permanenza a Saigon, durante la guerra del Vietnam, del disc jockey dell’aviazione Adrian Cronauer (Robin Williams), a cui viene affidata la conduzione della radio, che gli regala moltissima popolarità ma anche non pochi detrattori tra i suoi superiori. Saigon, 1965. Fin dalla prima trasmissione Cronauer, che apre con “GOOOOOOD MORNING, VIETNAM!”, sconvolge i programmi e le regole della stazione: abolisce i comunicati ufficiali e la musica tradizionale, manda in onda solo musica rock tra una battuta sarcastica e uno scherzo irriverente. Gli altri DJ (tra cui il sergente Dreiwitz), gli addetti alla gestione della radio (tra cui Garlick) e molti altri soldati (tra cui Abersold, assistente di Hauk) vengono trascinati dall’entusiasmo e dalla bravura di Cronauer. Hauk invece è scontento del tipo di comicità e musica utilizzati, mentre Dickerson continua a non poter sopportare il carattere istrionico e disinvolto del nuovo arrivato. Adrian prosegue con la sua conduzione “anomala”, ed in poco tempo diventa il beniamino dei soldati, che vanno pazzi per il suo stile.