Sguardo sul Mondo. Una storia condivisa.

Prima ancora che l’ormai famosa “non vittoria” alle ultime elezioni politiche la rendesse urgente, il Circolo del PD di Roma Centro ha avviato un ragionamento articolato circa la funzione del Partito, a livello centrale e locale, dunque sul rapporto tra partito, società e istituzioni. Da questa riflessione è scaturito in prima istanza un ripensamento delle forme dell’impegno, che si può sostanzialmente sintetizzare nei termini di una forma di più diretta partecipazione alla ricerca delle soluzioni ai problemi e alle decisioni in cui si traduce. Nella sostanza, si tratta di passare dall’inquadramento della militanza all’interno di dinamiche piramidali alla costruzione di un’idea di società fondata su una collaborazione che renda possibile la sintesi di diversi punti di vista.

Il concetto di militanza implica fin dalla sua etimologia una guerra, effettiva o metaforica, da combattere: quella guerra per la quale il partito era originariamente attrezzato è finita, e non l’abbiamo vinta. Questo campo metaforico militare può forse avere ancora un senso presso quelle forze che trovano sostanza nell’identificazione col capo carismatico e nel retrivo ricorso a divisioni ideologiche inattuali. Un partito che voglia, invece, incontrare la società e intervenire per interpretarla, adattando le istituzioni e le regole alle sue necessità deve appropriarsi di una nuova categoria dell’impegno, quella della partecipazione.

Partecipare significa prendere parte, cioè schierarsi e impegnarsi, e in questo senso si auto-definirono tali i partigiani che liberarono l’Italia dall’oppressione nazi-fascista. Questa bella parola deve essere la nostra parola e deve guidarci verso un modello di partito che rispecchi la nostra identità, cioè la tensione inclusiva dei nostri ideali di libertà e giustizia, uguaglianza e solidarietà. L’elemento sostanziale che caratterizza la differenza tra la militanza e la partecipazione è la dinamica di confronto coi compagni di strada, con quelli che hanno scelto di impegnarsi dalla stessa parte.

Il militante dà per scontato che gli altri militanti siano ispirati dalla medesima idea discendente dall’alto, mentre l’impegno sotteso dalla partecipazione implica la necessità del confronto tra posizioni non necessariamente identiche, ma non per questo competitive o conflittuali. Scegliendo di impegnarsi bisogna essere consapevoli del fatto che si è portatori di un punto di vista parziale, ma anche del fatto che il pezzo di verità che siamo in grado di condividere diviene veramente prezioso da un punto di vista politico solo nel momento in cui contribuisce alla definizione di un discorso che lo ricomprende valorizzandolo. Proprio per questo motivo la partecipazione implica un piano orizzontale di confronto che deve assumere la forma di una storia condivisa, poiché scritta a più mani, in maniera collaborativa.

L’elemento fondamentale di un impegno inteso come partecipazione è la presa di parola dei singoli, portatori di verità parziali, ognuna delle quali rappresenta uno dei mattoni che costruisce l’edificio di una storia di questo genere, scritta in maniera collaborativa. Dunque, è necessaria una vera e propria auto-educazione ad una prassi politica nella quale la presa di parola non sia una valutazione sintetica, bensì il pezzo di una riflessione analitica. Infatti l’analisi che sostanzia la verità intrinseca ad ogni valutazione individuale diviene parte di una sintesi della realtà soltanto se valorizzata e ricompresa all’interno di un discorso collettivo.

La ricchezza di un partito politico è proporzionale alla sua capacità di valutare la realtà da angolazioni diverse, che compongano una visione complessa, anche problematica e proprio per questo capace di identificare strategie di soluzione inedite e condivise. Si deve dunque valorizzare la diversità interna, che rappresenta senza ombra di dubbio un elemento di ricchezza, dove non divenga motivo di divisione preconcetta. In questo senso, la scelta di scrivere una storia a più mani, in collaborazione, mira anche, o forse soprattutto, a superare la ricorrente tentazione di identificarsi con gruppi o cordate di riferimento.

Prendere la parola significa farsi portatori in maniera onesta e coraggiosa della propria verità, pensandola come il pezzo di un ragionamento collaborativo e non come una una visione da imporre. Allo stesso tempo, è necessario che questa storia scritta in maniera collaborativa che scaturisce dalla ricomposizione unitaria e condivisa dei contributi individuali prenda la forma di un discorso inteso ad identificare e risolvere problemi. Solo in questo modo un impegno inteso come partecipazione potrà fare in modo che la politica torni ad essere percepita come uno strumento che migliora le condizioni di vita e contribuisce a definire scenari di maggiore uguaglianza, giustizia e libertà.

È ben evidente che la partecipazione individuale sarà tanto più efficace quanto più ogni singolo sarà capace da riassumere il proprio contributo in termini che lo rendano facilmente valorizzabile all’interno di un discorso collettivo che lo ricomprenda. Ma l’impegno deve anche tradursi in una partecipazione ai processi decisionali, per evitare di appassire in una forma di sterilità che conduce invariabilmente a disincanto e delusione, distacco ed esclusione. È proprio a seguito dello scollamento tra impegno e partecipazione alle decisioni che si è determinato il distanziamento tra cittadino e politica, dal quale discendono gli esiti nefasti delle ultime elezioni politiche.

Se l’impegno non si traduce in una partecipazione alle decisioni è inevitabile che la presa di parola individuale perda di vista la dimensione collaborativa e la storia scritta in maniera collaborativa assuma un profilo spiraliforme, involuto, incapace di incidere sul reale. La comunicazione, vista da alcuni anche dentro il partito come una soluzione al problema della disaffezione alla politica, si dimostra equivoca, vacua ed inefficace, se svincolata da forme di impegno che conducano ad esiti di tipo decisionale. D’altra parte, l’unica cosa comunicabile con successo da un partito sono le decisioni condivise che è in grado di prendere sulla base di un’analisi della realtà che abbia la forma di un racconto condiviso, poiché prodotto all’origine in maniera collaborativa.

Questa visione è quanto di più distante ci possa essere dall’idea che il partito possa, o addirittura debba trasformarsi in una icompany strutturata come una nuvola di parole che aleggiano. Il confronto coi simpatizzanti e gli elettori, e peggio ancora il conflitto con gli avversari politici non può essere demandato alle esibizioni televisive di figure carismatiche, veri e propri testimonial supportati dalla professionalità degli spin doctor, capaci di twittare la battuta che polarizza il dibattito sui media. Per questo sarà importante che la storia che sapremo scrivere e le parti di cui si compone divengano allo stesso tempo strumento di analisi e di comunicazione politica, cioè di confronto con una società che da una parte non può essere identificata col partito, ma dall’altra, statuto attuale alla mano, determina le decisioni del partito, fino addirittura all’identità del suo segretario.

Perché una storia collaborativa basata su un impegno inteso come partecipazione possa diventare efficace strumento di comunicazione, oltre che di analisi, c’è bisogno di ribaltare la catena decisionale dal basso verso l’alto. Solo così sarà possibile accorciare la distanza tra i livelli di organizzazione del partito e dunque riallacciare il tessuto connettivo che collega i fili della politica alla realtà quotidiana dello scambio interpersonale nei luoghi di incontro. Peraltro, solo in un quadro di questo genere la comunicazione che corre lungo I percorsi immateriali dei social networks potrà acquisire quella corporeità che consente ad una decisione condivisa di agire sulla realtà e renderla diversa e migliore.

Per costruire questa storia, per scriverla insieme, dobbiamo certamente cambiare il modo di pensarci singolarmente nel partito, riappropriandoci, ciascuno di noi, della propria visione e mettendola sinceramente e coraggiosamente al servizio di un discorso collettivo che la valorizzi e la ricomprenda. Solo rinunciando all’ambizione di spiegare e cambiare il mondo da soli potremo davvero riuscire a farlo, insieme. Assumendo in via definitiva il fatto che non siamo il centro del mondo, dobbiamo imparare a guardare ciò che ci circonda da vari angoli canalizzando il bisogno di esprimere un esempio di cultura unitaria, dunque traducendola in operatività coinvolgente, che inneschi percorsi virtuosi di partecipazione collaborativa.

In questo modo potremo dimostrare che un partito può costruire una sua idea del mondo dal basso, spontaneamente, sulla base dell’osservazione, mettendo da parte le semplificazioni, le banalizzazioni. Soprattutto, è urgente marginalizzare e se possibile sconfiggere quelle forme deteriori di spontaneismo, in base alle quali chiunque si sente titolato a parlare di qualsiasi argomento al pari dei massimi esperti. Tra le poche certezze emerse da questa complessa e inquietante fase politica c’è il fatto che l’osservazione spontanea della realtà è di sinistra, mentre lo spontaneismo qualunquista che ci sommerge è certamente di destra.

In considerazione di tutte le osservazioni presentate fin qui, si è deciso di aprire uno spazio di questo blog ad una forma di sperimentazione democratica basata sulla partecipazione che si concretizzi in una storia scritta in maniera collaborativa. La pagina dello “sguardo sul mondo” vuole essere appunto questo, un flusso quanto più possibile continuo di contributi in formato testuale, audio, visivo o audiovisivo che costruiscano per mera accumulazione uno spazio di riflessione e analisi sulla realtà che ci circonda. La partecipazione individuale libera la si immagina come produttiva e costruttiva, cioè pertinente, mentre l’ambientazione della storia da scrivere è certamente il centro di Roma, con i suoi vari aspetti di complessità, eventualmente presentati anche in una prospettiva storica di lungo periodo.

Si tratta, in sostanza, di iscriversi al blog e caricarci sopra i frammenti della nostra esperienza dello spazio in cui viviamo e/o lavoriamo, consapevoli del fatto che la presentazione di questi scorci, di queste angolazioni, mira a determinare un piano di intervento politico. Si immagina una partecipazione che evidenzi problematiche inerenti alle tematiche della vivibilità, della mobilità, delle politiche sociali e della sicurezza. Racconti scritti, filmati, semplici fotografie utili ad illustrare in che modo scelte e comportamenti determinino dinamiche di vita quotidiana apparentemente immodificabili, disagi cronici che potrebbero dissolversi se affrontati da un’angolazione inedita, da una prospettiva che la politica non ha mai osato assumere per la banale paura di situarsi fuori dai confini dell’ovvio

Lo scopo di un laboratorio del genere è innanzitutto quello di dimostrare che dalla collaborazione nascono operazioni culturali intrinsecamente unitarie, proprio perché appartengono a tutti coloro che hanno contribuito a realizzarle. Naturalmente, si ambisce a dimostrare che le articolazioni territoriali del partito rappresentano uno strumento di integrazione sintetica dei vari punti di vista individuali sulla società, capaci di offrire un modello di filtraggio e di interpretazione sperabilmente non banalizzante del mondo che ci circonda. Ma soprattutto, la partecipazione individuale alla costruzione di una storia vuole tradursi in agire politico compiuto, non solo capace di presentare problemi più o meno evidenti, ma anche di proporre soluzioni condivise a quei problemi e di sollecitare le istituzioni ad adottarle.

Infatti, se da una parte è vero che un problema non è tale finché non viene tematizzato, dall’altra è anche vero che dove la sua presentazione non determini prospettive di intervento, diviene parte del problema stesso e non della sua soluzione. L’estetica della “denuncia” pubblica, specialmente quella televisiva, nei fatti ha alimentato il qualunquismo di destra più che una responsabile presa di coscienza delle questioni da affrontare da una prospettiva di sinistra. Per questo motivo, un tentativo di sperimentazione democratica deve sostanziarsi di un duplice piano di attività: da una parte la produzione di materiali che confluiscono all’interno di un collettore digitale per essere letti e condivisi, dall’altra la valutazione collettiva delle tematiche che emergono e richiedono un impegno formalizzato in termini istituzionali.

L’invito a tutti gli iscritti, ai simpatizzanti, agli elettori è quello di riappropriarsi del proprio punto di vista sul mondo ed offrirlo agli altri, perché dal confronto emergano strategie condivise di soluzione dei problemi. In sostanza, invece di imprecare per le ingiustizie e i soprusi quotidiani piccoli o grandi che subiamo o vediamo consumarsi attorno a noi, trasformiamo il disagio in impegno, partecipando, cioè raccontando. In questi termini il nostro “sguardo sul mondo” vuole diventare uno spazio all’interno del quale cominciamo ad intervenire sulla realtà osservandola, raccontandola, comunicandola in tempo (quasi) reale.