Una sinistra animata dalla volontà di uscire dall’afasia e dalla irrilevanza in cui è precipitata sbaglierebbe a lasciare nelle sole mani dei 5Stelle – per quanto opportunistiche, demagogiche e improvvide esse possano essere – la questione del nuovo intervento pubblico (e quella, correlata, della necessaria autocritica rispetto alle passate esperienze di privatizzazione), sposando la tesi neocentrista che rispolvera un’antica avversione allo Stato per assimilare in un medesimo giudizio di condanna sovranismo e statalismo. Bisogna operare opportune distinzioni. Proprio l’Europa è il terreno migliore per indicare a quale abbaglio altrimenti si andrebbe incontro. Infatti la globalizzazione equa da sostituire alla globalizzazione iniqua che ci ha retto finora richiede l’esercizio di una sovranità europea, continentale non nazionale, e l’intervento pubblico oggi auspicabile va traguardato a scala europea, nel solco di grandi ispirazioni come il Piano Delors e di straordinari progetti quale fu il progetto Galileo. Qui si motiva la connessione tra “rilancio degli investimenti pubblici” e “riscoperta del lavoro”, connessione che manca nell’operare del governo Salvini-Di Maio, il quale alla sua esplorazione preferisce l’insistenza sul perverso binomio “flat tax/reddito di cittadinanza” con tanto di accompagnamento di condono fiscale. Più specificamente ciò che manca al governo gialloverde è una visione generale ancorata a un progetto strategico di riscatto e di rinascita del Paese, surrogata dall’alimentazione fascistoide delle ansie e delle fobie razzistiche provocata da Salvini e dall’affastellamento di misure tradizionali e prive di incisività (politiche attive del lavoro, formazione, decontribuzione, incentivi fiscali, ecc.) sul lato “sociale” a cui è dedito Di Maio. Così rimaniamo pur sempre nell’ambito di forme di supply side economics di matrice ordoliberale in cui non c’è nessuno spazio per la creazione diretta di lavoro, perché le misure a cui ci si affida sono soprattutto benefici fiscali e trasferimenti monetari – quale è anche il reddito di cittadinanza –, dimostrando quanto spurio possa essere l’impasto populismo/neoliberismo/sovranismo. Intanto, a livello sia internazionale che interno, investimenti, consumi, scambi, produttività sono tutt’altro che forti e crescono le diseguaglianze, mentre il sostegno monetario della BCE si sta esaurendo. Il commercio globale si va indebolendo anche in conseguenza del protezionismo di Trump, i mercati azionari (e immobiliari) rimangono molto turbolenti, è elevata la divergenza tra tassi di interesse tra le maggiori economie – da cui nasce il famoso spread che è tornato a penalizzare pesantemente l’Italia –, risultano accentuati i rischi, la volatilità dei tassi di cambio, la vulnerabilità agli shocks esterni.

Occorrerebbe, dunque, un eccezionale slancio della fantasia e dell’intelligenza per identificare una “riforma chiave” che faccia da baricentro e da catalizzatore per tutte le problematiche che si agitano. Anche la sinistra vi troverebbe un laboratorio con cui liberarsi dalla soggezione a un blairismo più o meno vetero, magari rieditato sotto forma di macronismo e di indistinto “repubblicanesimo”. Ciò che ci si ripropone come cruciale, infatti, è la profondità della trasformazione a cui dobbiamo aspirare. Una “riforma chiave” di tal fatta – il pilastro di una “politica della speranza” opposta alla “politica della paura” in cui indulgono le destre – è un Piano del Lavoro ispirato al New Deal di Roosovelt che assuma la questione della disoccupazione non come un “fallimento del mercato” tra gli altri, ma come la contraddizione fondamentale ricorrente del capitalismo finanziarizzato. Bernie Sanders negli Usa fa sua la prospettiva del “lavoro garantito” e punta a schierarvi l’intero Partito Democratico. Da noi la scala corretta a cui collocare il Piano del lavoro è quella europea, perché esso contiene intrinsecamente non un angusto sovranismo ma un rilancio della dimensione e della sovranità continentale non nazionale. Per l’Europa e per l’Italia, infatti, costituisce un problema ma anche una straordinaria opportunità lo sviluppo di una domanda interna troppo coartata dal prevalere del mercantilismo che la Germania ha imposto a se stessa e ai suoi partner. Per l’Europa e per l’Italia I bisogni dei cittadini possono costituire un volano prodigioso di sviluppo.

Il Piano del lavoro configura qualcosa di drasticamente diverso dalle scelte che sono diventate standard, anche nella versione temperata del neoliberismo prevalsa a sinistra, dopo la fine del “trent’anni gloriosi”: politiche attive del lavoro, occupabilità dei lavoratori, decontribuzioni spinte, benefici fiscali. Un grande piano per il lavoro prevede un mix di investimenti pubblici e investimenti privati, ma anche lo Stato “occupatore di ultima istanza” (secondo le indicazioni di Keynes, Minsky, Meade, Atkinson e tanti altri), offrendo lavori pubblici utili socialmente, anche temporanei, al salario minimo legale ai disoccupati che cerchino e non trovino lavoro o per integrare l’occupazione di coloro che abbiano un lavoro parziale involontario. Solo così si può tornare a prendere nuovamente sul serio l’obiettivo della piena occupazione – eluso dalla maggior parte dei paesi OCSE dagli anni ’70 – facendo sì che i governi offrano anche “lavoro pubblico garantito” agendo come employer of last resort. Al contrario, predisporsi alla jobless society creata dal funzionamento spontaneo del capitalismo – l’argomento fallace con cui molto sostengono il reddito di cittadinanza – equivarrebbe a non frapporre alcun argine alla catastrofe.

La creatività istituzionale del New Deal, con Agenzie pubbliche vigorose in molti campi di attività, così come l’inventiva del Piano del lavoro della CGIL del 1949 e quella con cui Ernesto Rossi – uno dei promotori del Manifesto di Ventotene per l’Europa – coniugava la sua proposta di “Esercito del lavoro” alla generalizzazione del “servizio civile”, possono essere le fonti di inesauribile modernità a cui ispirarsi. Una mobilitazione di energie fuori del comune andrebbe sollecitata in tutti i settori e in tutte le direzioni. Non dobbiamo dimenticare che l’anima del New Deal di Roosevelt furono straordinari progetti collettivi (quali l’elettrificazione di aree rurali, il risanamento di quartieri degradati, la creazione dei grandi parchi, la conservazione e la tutela delle risorse naturali) piegati al fine di creare lavoro in vastissima quantità e per tutte le qualifiche (perfino per gli artisti e gli attori di teatro) attraverso i Job Corps – le “Brigate del lavoro”  –,  identificando per questa via nuove opportunità di investimento e di dinamismo per l’intero sistema economico. È questo il varco da cui oggi si può sollecitare la svolta da un modello di sviluppo malato – basato sulla droga delle “bolle” finanziarie e immobiliari, dell’incremento esponenziale di valore degli asset e dell’indebitamento speculativo privato – a un nuovo modello di sviluppo, orientato a benessere umano e civile, rivoluzione verde, rigenerazione urbana e riqualificazione dei territori, immigrazione integrata, invecchiamento demografico, salute, istruzione e Università, beni culturali.