Europa 2014, questa volta è diverso!

Le elezioni europee 2014 saranno le prime a svolgersi dopo l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona: il nuovo quadro istituzionale offre grandi opportunità per rafforzare la democrazia e l’efficienza dell’Europa e per avvicinare finalmente i cittadini al progetto comunitario. Il voto europeo cade in un momento di straordinaria eccezionalità del contesto economico-sociale: mai come questa volta il rinnovo del Parlamento Europeo sarà un’occasione storica per colmare il deficit democratico e sociale nella costruzione europea. Non si tratta più di prendere posizione per avere più o meno Europa, ma su quale Europa vogliamo per il futuro. Sono, in fondo, le prime vere elezioni europee: un nome, una faccia, un programma per governare l’Europa. Il PD e il PSE sono uniti nel sostegno a Martin Schulz. I cittadini questa volta potranno scegliere la persona che guiderà la Commissione Europea – il motore dell’integrazione europea – e imprimere attraverso il voto un nuovo corso alle politiche dell’UE.

Chi ha governato l’Europa negli ultimi anni? Basta bugie!

I partiti e i governi conservatori, in maggioranza all’interno della Commissione e del Consiglio, hanno imposto un’agenda di rigore e di chiusura sociale. Basta con il dare la colpa all’Europa per gli errori e i fallimenti causati dal centrodestra europeo. Lega Nord e Forza Italia oggi urlano di volere “meno Europa” ma sono stati i loro governi a dare il via libera a una linea europea di austerity e di rottura della solidarietà.

L’Europa politica interna: il vero cambiamento passa da Bruxelles!

Sta ai partiti nazionali mediare e comunicare l’Europa concreta, il suo impatto positivo sulla nostra vita di tutti i giorni: tante decisioni prese dal Parlamento Europeo hanno cambiato, in meglio, il nostro quotidiano. Il primo passo per “europeizzare” davvero le prossime elezioni europee poggia su una svolta culturale nella relazione tra l’Europa e l’Italia: l’Europa è politica interna. Lo è già oggi, perché le normative europee sono all’origine dell’60% della legislazione nazionale (attuazione di direttive, regolamenti immediatamente applicabili) e perché hanno migliorato la nostra vita quotidiana in moltissimi aspetti, anche se non sempre ce ne accorgiamo.

Facciamo esempi concreti!

  • diritti dei viaggiatori: il rimborso in caso di ritardi o cancellazione è ormai facile da ottenere e sicuro e deriva direttamente dal diritto europeo.
  • le telecomunicazioni: i costi di roaming internazionale quando viaggiamo in Europa sono bassi e saranno progressivamente aboliti dal 2015,
  • i diritti dei consumatori: i diritto di recesso per gli acquisti online e l’ampia protezione offerta a tutti i consumatori europei sono uniformi, con meno rischi di “fregature”.
  • la libertà di movimento fra Paesi europei: un principio fondamentale e concretissimo nell’Unione di oggi, a vantaggio dei cittadini – ci aiuta infatti non solo quando viaggiamo in Europa (senza passaporti o lunghe code alle frontiere), ma anche quando compriamo beni e prodotti (senza tasse alla dogana, ci costano meno!).
  • sicurezza dei prodotti: è grazie all’Europa se il nostro cibo è più sano di quello che si mangia negli Stati Uniti e se possiamo permetterci di non importare carne agli ormoni e di non coltivare OGM in modo incontrollato.
  • salute: l’assicurazione sanitaria nazionale è riconosciuta e operante in tutti gli Stati dell’Unione, grazie alla tessera europea di assicurazione malattia, che dà diritto all’assistenza sanitaria statale, anche in vacanza, negli Stati europei.
  • ricerca e università: l’Europa aiuta i nostri ricercatori e le nostre Università, finanzia ricerche e studi che assicurano un continuo progresso scientifico e che, da soli, gli Stati nazionali non sarebbero in grado di portare avanti.
  • giovani: l’Erasmus è l’esempio più concreto delle opportunità che l’Europa offre a tante ragazze e ragazzi per ampliare la propria formazione e capacità professionale,
  • risorse per il territorio: l’Europa fa dell’aiuto alle regioni più svantaggiate una priorità assoluta. Attraverso le risorse destinate alle regioni si rendono possibili infrastrutture, strade, aperture di nuove imprese, formazione professionale, recupero di aree e quartieri svantaggiati. .
  • imprese: basta con i ritardi nei pagamenti. Dal 2013 le amministrazioni pubbliche sono obbligate a pagare le imprese entro 30 giorni dalla fatturazione delle prestazioni: se ciò oggi non avviene in Italia è solo per un’inadempienza del nostro Paese.
  • tutela delle donne: la protezione data in uno Stato membro viene riconosciuta e applicata anche in un altro Paese europeo, questo è particolarmente incisivo nei casi di stalking e nei casi di reati di violenza sulle donne.
  • la bolletta energetica: i consumatori italiani oggi pagano molto meno il costo dell’energia grazie alle riforme e alla trasparenza introdotta dall’Europa.

Un caffè per l’Europa.

Per realizzare tutto questo, il costo giornaliero che i cittadini sostengono per l’Europa è di 80 centesimi al giorno, il costo di un caffè. Ma il costo, in realtà è ancora molto più basso: grandissima parte di quello che spendiamo per l’Europa rientra poi nelle nostre tasche, quotidianamente, sotto forma di risorse per il territorio, per le regioni, per le imprese, per la ricerca, per lo sviluppo.

Più Europa per cambiare verso all’Europa.

I cittadini, le imprese, i consumatori pagano ogni giorno un costo per la non-Europa.

Tante politiche possono essere realizzate meglio se si agisce su scala europea. Non è più possibile l’ordinaria amministrazione: l’Europa di oggi può avere una svolta solo se i governi, le istituzioni, i popoli europei aumenteranno la propria integrazione.

Se i governi nazionali volessero, potremmo fare meglio, e di più, con una vera cooperazione in tanti settori cruciali anche per l’Italia:

– innovazione e formazione: perche avere 28 Centri Nazionali di Ricerca? E’ uno spreco e non efficiente per ottenere nuove scoperte e cure mediche,
– politiche sociali e del lavoro: possiamo fissare in tutta Europa standard più alti di promozione e tutela sociale, cominciamo con la riduzione del gender pay gap (la distanza nei salari tra uomini e donne) e la cura della prima infanzia,
– immigrazione e asilo: con una vera gestione comune delle frontiere esterne dell’Unione, ad esempio, attraverso la trasformazione di Frontex in un vero corpo europeo di guardie di frontiera, l’Italia sarebbe meno sola nell’affrontare le emergenze migratorie,
energia: l’Europa nasce come mercato comune del carbone e dell’acciaio, ma un vero mercato unico dell’energia ancora non è pienamente realizzato e questo è particolarmente svantaggioso per l’Italia, meno competitiva e indipendente in questo settore cruciale per l’economia.
– ambiente: sulla qualità dell’aria e la gestione dei rifiuti un impegno per una più forte azione comune europea permetterebbe di risparmiare e di portare risultati più efficaci in tutti i comuni italiani.

La cittadinanza europea riguarda tutti!

Dovunque in Europa i cittadini percepiscono un arretramento nella tutela dei diritti di cittadinanza nazionale, sotto le pressioni e le sfide della concorrenza globale. Dare senso concreto e immediatezza al principio della cittadinanza europea è una risposta essenziale a questa percezione: la cittadinanza europea, infatti, non è una condizione privilegiata riservata solo a chi risiede all’estero o vive da transfrontaliero, ma riguarda tutti i 500 milioni di cittadini europei.

I progressi e le conquiste ottenuti grazie all’istituzione della cittadinanza europea sono spesso poco visibili, ma hanno già un impatto importantissimo sulla qualità delle nostre istituzioni democratiche: nel funzionamento dell’amministrazione pubblica, nei rapporti Stato-cittadino, nelle libertà personali e nella diminuzione di varie forme di discriminazione, nei tempi della giustizia civile, nell’alleggerimento della burocrazia per le imprese.

Dall’Europa del rigore all’Europa della solidarietà

Le politiche messe in atto dal centrodestra europeo per rispondere alla crisi sono state prigioniere di tesi contabili liberiste ed hanno indebolito ancora di più il quadro sociale ed economico: avvitamento del debito, 27 milioni di disoccupati in tutta l’UE, PIL fermo allo zero, impegni mai rispettati per la crescita. Che ne è stato dei 120 miliardi promessi a giugno 2012 nel “Patto crescita e occupazione”? E i 6 miliardi di euro dell’Iniziativa per l’Occupazione Giovanile – che già sono pochi e sotto le stime necessarie – hanno mai trovato realizzazione all’interno dei Paesi membri?

Gli anni perduti dell’austerity potrebbero ora condurre ad un effetto perverso e paradossale: il Parlamento Europeo, l’unica istituzione che si è battuta contro il rigore nonché la sola ad essere eletta direttamente dai cittadini, rischia di pagare il prezzo della crisi e di vedere rallentata la propria spinta europeista a causa del consenso raccolto dai movimenti euroscettici.

Solo con concretezza e visione, con solidarietà e interdipendenza tra i Paesi europei possiamo ridare slancio al progetto comunitario: in un’Europa senza strumenti basta un paese che rappresenta il 2% del PIL della UE – come nel caso della Grecia – per mettere in crisi intera l’area euro ed esporre tutti al collasso.

Non solo debito pubblico: economia reale e investimenti al centro.

La crisi economico-finanziaria si è svelata, dopo anni di accanimento su ricette di rigore, come una crisi non tanto del debito, quanto di crescita e di occupazione: si può ripartire, ora, solo sbloccando risorse e investimenti.

Gli impegni assunti dall’Italia con il Fiscal Compact impongono, tuttavia, una dose di realismo e onestà rispetto all’opinione pubblica. Serve un’operazione-verità sulla delicatissima questione del 3 percento. Il Patto di Stabilità contiene certamente elementi anacronistici ma è necessario mantenere sempre consapevolezza e responsabilità per il ruolo dell’Italia in Europa (ovvero, comprendere il peso che il debito esercita sul Paese, sulle nostre possibilità di sviluppo, sulla ricchezza delle famiglie). Ma è possibile e doveroso ridisegnare un sistema di regole comuni più equo, meno discriminatorio e più flessibile, adattabile cioè all’andamento del ciclo economico.

Come andare oltre il problema del 3 percento: cosa possiamo fare subito.

L’Europa può conciliare regole e crescita cominciando fin da subito con l’attuazione di un mix di misure concrete e immediate a livello nazionale e comunitario:

  • politiche attive nel mercato del lavoro coordinate tra i Paesi membri,
  • nuovi standard vincolanti di spesa in istruzione, ricerca e innovazione,
  • un piano di transizione energetica e di rilancio industriale (realizzando il nuovo pacchetto energia e clima 2030 e l”Industrial Compact”, appena adottati dalla Commissione),
  • il completamento del mercato interno nei settori dell’energia, dei servizi e dell’economia digitale,
  • una progressiva omogeneizzazione della tassazione finanziaria sul lavoro,
  • l’introduzione di una imposta comune minima per le imprese a livello europeo,
  • la ridestinazione dei fondi strutturali europei non spesi per l’occupazione e per agevolare la mobilità tra Stati membri.

Un’economia progressista di alternativa

Le proposte lanciate negli ultimi anni dal Gruppo S&D al Parlamento Europeo aprono la strada a una visione diversa e di alternativa per rilanciare l’economia europea.

I socialisti e progressisti europei lo avevano detto: di sola austerity si muore. Alcuni obiettivi sono prioritari ed urgenti per rivedere tutta la governance economico-finanziaria dell’Unione Europea, sia utilizzando gli strumenti già previsti dal Trattato sia in una visione realistica di allargamento delle competenze comunitarie:

  • interpretazione in maniera appropriata della flessibilità prevista nel Patto di Stabilità, considerando alcuni importanti fattori attenuanti ai vincoli di bilancio, come la separazione degli investimenti pubblici produttivi dal calcolo del deficit e l’inserimento di bonus di competitività, nonché l’introduzione di parametri di qualità della spesa (ad esempio su ricerca e innovazione) nelle procedure di controllo dei conti previste dalle nuove regole del semestre europeo,
  • nuovi strumenti per favorire investimenti pubblici e privati – che oggi sono fermi al palo e costituiscono solo il 2 percento del PIL europeo – ad esempio attraverso l’introduzione di forme di mutualizzazione del debito attese da anni e l’emissione di veri titoli europei[1]:

  • revisione del sistema delle risorse proprie[2] dell’Unione Europea (sono le stesse dal 1993) a partire da una accelerazione sull’introduzione della Tassa sulle Transazioni Finanziarie per le operazioni speculative, parte dei cui proventi potrebbero costituire un primo nucleo di risorse proprie,
  • nuovo bilancio dei Paesi dell’eurozona, che sopperisca ai limiti e alla scarsa dotazione del bilancio europeo pluriannuale 2014-2020 e che possa svolgere un ruolo di correzione e redistribuzione degli squilibri strutturali tra i Paesi europei,
  • Creazione di un “Fondo Europeo per gli investimenti” e nuovo ruolo della Banca Europea degli Investimenti, che dovrebbe essere il principale strumento europeo per stimolare la crescita e che invece, nel clima generale di austerità, si è preoccupata solamente di mantenere il proprio status di tripla A.
  • Sostegno alla Banca Centrale Europea per l’introduzione di politiche monetarie espansive, che mirino ad evitare il rischio attuale di deflazione, attraverso operazioni di mercato aperto di allentamento quantitativo.
  • Abolizione della troika e ripristino del metodo comunitario e del controllo democratico nella gestione della crisi.
  • Rilancio delle istituzioni di welfare europeo e istituzione di un vero e proprio Social Compact che faccia da contraltare al Fiscal Compact, per invertire la rotta che ha visto stabili le risorse assegnate al Fondo Sociale Europeo nel periodo di bilancio 2014-2020 di fronte ad aumentati problemi sociali. Realizzazione di uno schema europeo di assicurazione contro la disoccupazione, e definizione di standard sociali vincolanti validi per tutti i paesi europei per depotenziare i rischi di competizione al ribasso (“social dumping”).