Un libro da leggere e far leggere

lo stato innovatore

Dopo varie anticipazione su varie riviste specializzate è finalmente uscita la traduzione italiana del libro di Mariana Mazzucato  Lo stato innovatore  (Laterza editore euro 18)

La Mazzucato, docente di economia all’Università del Sussex, capovolge l’immagine dello Stato come ce l’ha descritta in questi anni l’ideologia liberale trionfante. Ben lungi dall’essere un carrozzone burocratico – il cui peso deve essere ridotto sia per tagliare i debiti sia per rendere l’economia più dinamica e produttiva – lo Stato in questi anni è stato l’artefice di tutte le innovazioni più importanti dell’economia.  Questa tesi non è spiegata teoricamente, ma illustrata con decine di esempi concreti proprio a partire dagli Usa dove, dati alla mano, la Mazzucato ed il suo staff, dimostrano che quasi tutte le tecnologie all’avanguardia in Usa siano riconducibili a ricerche finanziate dallo Stato Federale. I NIH (Istituti Nazionali di Sanità americani), spendono quasi 31 miliardi all’anno per finanziare la ricerca di base poi messa a profitto dalle multinazionali farmaceutiche; quasi tutte le tecnologie della Apple (Schermo tattile, l’assistente vocale Sirti, internet, GPS) sono l’ applicazione di ricerche finanziate dallo Stato. Idem per i settori delle nanotecnologie e dell’economia verde.  In Cina ed in Brasile tutta la rivoluzione verde è guidata dallo stato e finanziate da banche pubbliche, la cosidetta “finanza paziente” che non ha fretta di rientrare subito dall’investimento: tutta la spinta dei Paesi Asiatici più innovativi dipende dalla spinta propulsiva dello Stato a cominciare da Singapore e dalla Corea.

Nel suo studio ben documentato e sempre basato sull’analisi di casi concreti,  si mettono poi in discussione molti miti di cui si riempiono la bocca accademici che ripetono da anni la solita solfa senza mai una seria indagine sul campo, come che l’innovazione dipenda sempre dalla ricerca e non anche dalle fasi del ciclo economico; che il numero dei brevetti sia l’indice dello sviluppo dell’economia della conoscenza e non come spesso accade frutto di cambiamenti legislativi e di strategie di scambio di licenze nel quadro di sistemi aperti; che le società di venture capital amino il rischio; che meno tasse e meno burocrazia servano allo sviluppo degli investimenti che dipendono invece dalla loro profittabilità. Infine la rimessa in discussione che il ruolo dello Stato debba essere solo quello del “barelliere” per aziende malate ovvero di intervento nelle aree non adeguatamente servite dal mercato privato. In realtà l’esperienza storica e la realtà attuale dimostrano che lo Stato è l’unico soggetto che può accollarsi il peso dei rischi e della reale incertezza dell’innovazione. Su questo anche la destra è d’accordo: la lotta politica nasce dopo per evitare che gli investimenti pubblici diventino un regalo per i privati e per i singoli (vedi prezzi dei farmaci) o che ci sia un’evasione fiscale di massa tramite transfert price e delocalizzazione in paradisi fiscali ed elusione fiscale internazionale (come nel caso della Apple). Tutte tematiche che i partiti socialisti in Europa e nel mondo hanno perso di vista e che la causa prima della loro perdita di consensi.  La Mazzucato non nasconde che questa visione dello Stato come operatore di mercato attivo non sia priva di rischi e che può funzionare solo se lo Stato è capace di attirare talenti e competenze e, aggiungo io, sottrarsi alle azioni corporative sindacali attraverso un profondo ripensamento delle differenze fra lavoro pubblico garantito e lavoro privato soggetto alla insidie del mercato. In un periodo di profonda crisi di tutte le economie europee il libro fornisce spunti per economisti e politici per studiare nuove vie, nuovi paradigmi per riprendere la via della crescita e del benessere. L’ultimo capitolo offre alcuni spunti di lavoro per i politici:

– ricapitalizzazione della Banca Europea degli investimenti attraverso l’uso di fondi strutturali e ricorrendo al cofinanziamento con obbligazioni della BCE per finanziare grandi progetti strategici europei;

– trattare le spese in R &S come investimenti in conto capitale non soggetti ai vincoli del debito pubblico;

– unire istruzione,ricerca e formazione come un sol capitolo prioritario nei bilanci statali

– riformare la governance pubblica e imporre competenze tecniche con criteri verificabli e certificabili.

Proposte che sono già in parte nell’agenda del governo Renzi e che devono essere supportate da un grande lavoro teorico sull’intervento delo stato in economia a cui sono chiamati politici, sindacati, imprenditori e studiosi universitari. In Italia non si parte da zero, avevamo una grande tradizione con l’esperienza delle ppss, riprendiamo il meglio di quella tradizione cercando di non ripetere gli errori degli ultimi periodi. E’ qui che la politica deve dimostrare la sua capacità di innovazione reale.

 Andrea Secci