La serata del Mercoledì a Giubbonari del 22 ottobre si preannuncia calda sin da quando ci si appresta ad entrare nella sala riunioni del Circolo. L’argomento “Riforma della scuola” è molto sentito dai militanti e il dibattito inizia già prima ancora di sedersi. Dopo i ringraziamenti e le presentazioni di rito, si da notizia del questionario da compilare on line sul sito https://labuonascuola.gov.it/ .   Il Governo vuole raccogliere le impressioni di insegnanti, studenti e genitori su un Rapporto che non è ancora la riforma ma che, per contenuti, qualità e articolato, si configura già come tale.

Con la responsabile alla scuola del PD romano, Cecilia Fannunza si snocciolano punti programmatici, proposte e osservazioni. Si discute di cifre, assunzioni e precariato. Si analizza il Rapporto nel dettaglio e si pongono alcuni paletti. Come quello, ad esempio, di dire no a un ingresso dei privati nella scuola, se questo significa fornire alle imprese manodopera a basso costo. Un altro punto su cui si è poco d’accordo riguarda l’autovalutazione della scuola, laddove sarebbe meglio introdurre un ente terzo. Se poi il premio al merito deve andare all’insegnante che per fini di pura competizione opera a discapito della collegialità, è bene allora ripensarlo.

La stessa possibilità concessa al dirigente scolastico, attraverso il registro nazionale dei docenti, di scegliersi gli insegnanti migliori su piazza, può compromettere il naturale bilanciamento territoriale che evita il costituirsi di istituti di serie A e di serie B. Più oltre, nel Rapporto, c’è poca attenzione al problema della disabilità, al problema degli immigrati e alle funzioni esercitate dai genitori. Inoltre, non si fa cenno a una legge che regoli il diritto allo studio e non c’è traccia, infine, di una proposta d’innalzamento fino a 18 anni dell’obbligo scolastico.

Lo spazio reale, si intende quello fisico delle scuole, coincide spesso con lo spazio delle idee; nel senso che le idee per realizzarle necessitano di strutture idonee, strumenti e laboratori. Interessante è conoscere il punto di vista di chi vive una politica di vicinanza – è il caso dell’assessore al 1° Municipio Alessandra Ferretti – tesa a risolvere i problemi della quotidianità, come cambiare il vetro di una finestra in un edificio storico che ospita una scuola. Ed ecco allora che si scopre un mondo complesso che produce una burocrazia mastodontica e costi inusitati.

Sulla questione delle “scuole aperte”, si pone in evidenza il fatto che esse costituiscono esempi di grande virtuosità sociale. Attraverso queste è possibile ricostruire un’idea di comunità. Nel 1° Municipio esistono esempi che vanno in tale direzione, come nel caso della scuola Di Donato, un vero e proprio centro di aggregazione sociale.

Un modo per scrivere la riforma potrebbe essere quello di mettere in rete tutti i soggetti che vivono la scuola: docenti, studenti, genitori e istituzioni. E l’ingresso dei finanziamenti privati è beneaccetto soltanto se regolato! Il 1° Municipio ha dovuto affrontare i problemi di manutenzione degli edifici scolastici con una quantità di risorse a dir poco esigua. Ma per i finanziamenti, oltre ai consueti canali di erogazione, si è usufruito di mezzi provenienti da fondazioni private senza scopo di lucro.

Per tutta la serata aleggia sopra le teste dei convenuti una figura che ha suscitato molta curiosità tra chi condivide notizie e informazioni su Facebook, evocata già nella lettera d’invito al dibattito, quella dell’analfabeta funzionale. Ci si domanda chi è?

E’ Alessandra Serra, esperta in linguaggi dei new media, a rispondere. Cita una recente indagine dell’OCSE, per dire che questo nuovo tipo di analfabeta sa leggere, scrivere e usare Facebook, ma non sa interpretare la realtà, comprendere e valutare un testo scritto. La colpa sarebbe della scuola italiana, da sempre fondata sul dogmatismo. Ma le cose stanno effettivamente così? Qui, in realtà, si consuma una lotta tra cognitivisti e pedagogisti.

Innanzitutto c’è da constatare che nelle aule il numero degli studenti è spropositato. In queste condizioni si pongono, naturalmente, problemi di tipo didattico, anche in relazione al rapporto studente-docente. Se l’interazione tra le due figure si incrina per questioni che non si indagano, scatta subito la richiesta dell’insegnante di sostegno.

Ora, se si osserva bene la sintomatologia dell’analfabeta funzionale, balza agli occhi l’analogia con i disturbi che presenta il dislessico. Negli ultimi anni, nelle scuole, i casi di dislessia hanno registrato un’impennata! Affiora un certo scetticismo se si considera la notevole quantità di informazioni che un giovane di oggi accumula rispetto a un giovane di molte decine di anni fa.

I ragazzi degli anni duemila scrivono molto, elaborano un numero spropositato di informazioni. Sono superficiali nel senso che, per raccogliere e sviluppare tale quantità di dati, è obbligatorio per loro passare in superficie. Non è un approccio tradizionale! Se i parametri di valutazione di un ragazzo del 2014 rispetto a un ragazzo del 1930 sono differenti, si deve anche constatare che il modello culturale odierno è diverso.

Le interruzioni e gli interventi dei partecipanti fin qui non sono mancati. A qualcuno l’analisi sull’alfabetismo funzionale interessa meno, perché ritiene che sia più importante parlare dell’aspetto organizzativo della scuola, del rapporto con l’Università e dei problemi degli insegnanti.

Qualcun altro pensa che all’eccesso di informazioni si debba rispondere con una scuola che inviti ad integrare e sviluppare i temi, ma per far ciò deve adeguarsi e gli insegnanti devono essere formati. Insomma, occorre distinguere i due aspetti: informazione e conoscenza.

C’è poi chi osserva che, invece, il problema dei dislessici esiste e si conferma nella scuola dove insegna. E, a proposito della riforma, sostiene che questa prevede un asservimento degli insegnanti al dirigente scolastico di turno. La riforma non parla di pensionamenti quando ormai l’età media si aggira intorno ai 59 anni.

L’intervento successivo pone in luce l’antagonismo che potrebbe svilupparsi tra gli insegnati per ottenere i 60 euro di premio. Ebbene, questo spaventa! La riforma, poi, non contempla affatto gli studenti. Dove sono? Li si vede solo come soggetti passivi, non si sfrutta la loro potenzialità.

La discussione prosegue con interventi che sottolineano un’analoga situazione nel mondo universitario, che l’impianto delle recenti riforme ricalcano ancora quella di Giovanni Gentile e che la valutazione degli insegnanti, prevista nel Rapporto, fa tornare indietro la scuola ai tempi che precedevano il ’68. Allora il preside metteva i voti ai professori, spesso umiliandoli. Ma nel documento qualcosa di buono c’è. Ad esempio, la volontà di dare maggiore importanza alla storia dell’arte.

Si contesta anche il Governo quando sostiene che l’intervento dei cittadini al processo di riforma, attraverso la compilazione del questionario on line, è un esempio di democrazia partecipativa. In realtà non è così, è solo un sondaggio! E poi, che fine ha fatto il questionario on line sulla riforma della giustizia?

Sono molti gli insegnanti presenti al dibattito, c’è anche un ex dirigente scolastico che, in pensione, dice di aver scampato il pericolo di dover giudicare i colleghi insegnanti. Le sue considerazioni evidenziano un punto fondamentale. Se una riforma ha l’ambizione di essere rivoluzionaria, dovrebbe presentare al suo interno un’idea di società che nascerebbe proprio dal progetto di riorganizzazione della scuola. Ma qui dov’è? Questa è la domanda alla quale bisogna rispondere. Proseguendo nel ragionamento ritiene poi che alcune questioni tecniche andrebbero risolte a monte, come ad esempio evitare che le risorse stanziate per i progetti scolastici siano utilizzate per pagare le supplenze.

La questione dei finanziamenti privati, inoltre, è nel segno di continuità con la politica dei ministri Moratti e Gelmini. Pezzi di scuola sono ceduti ai privati e la deriva inizia con i progetti pagati dagli stessi genitori degli alunni. Riguardo la partecipazione dei cittadini al processo di riforma, ebbene questa è un’illusione se si considera che non esiste uno spazio pubblico di discussione, non c’è dibattito! Ci si domanda poi che fine abbia fatto il ruolo dei corpi intermedi.

Un’altra insegnante sottolinea il fatto che il Rapporto non è altro che un insieme di line guida. Occorrerà vedere come queste siano poi tradotte in regole attuative. A proposito del dibattito pubblico, lo stesso Circolo potrebbe produrre un documento di analisi, elaborare alcune proposte e inoltrare il tutto a chi di dovere. In merito alla questione della valutazione degli insegnanti, un po’ fuori dal coro, pensa che questa potrebbe essere utile. Nella valutazione, però, dovrebbe rientrare anche il dirigente scolastico. Tutti dovrebbero anche partecipare a corsi di aggiornamento continuo.

Qui interviene Cecilia Fannunza per annunciare che si sta organizzando una giornata di ascolto del Pd sulle linee guida del governo, con Maria Coscia e Francesca Puglisi. In quella sede si potrebbe consegnare un eventuale documento prodotto dal Circolo.

In un successivo intervento si sostiene che, riguardo i programmi scolastici, si potrebbe pensare a un modello educativo che contempli anche materie come cinema e statistica.

La serata si conclude come è iniziata, con appassionate richieste di parola e stizziti reclami per il tempo esiguo a disposizione. Si riesce soltanto a cogliere un ultimo bagliore di riflessione a proposito della definizione di analfabetismo funzionale. Secondo un partecipante questa figura non rappresenta altro che un’ingerenza da parte della psicologia nel campo dell’educazione. In effetti, quest’ultima ha lasciato ampi spazi vuoti che dovevano essere colmati. Inoltre, la burocrazia che nel Rapporto si dice di voler combattere è il segno distintivo del documento stesso.

Chi modera avrebbe voluto una breve conclusione da parte degli ospiti, tuttavia le lamentele da parte di alcuni militanti lo impediscono. E’ tardi, ma non per tutti. Le nove di sera pattuite per la fine del dibattito sono passate abbondantemente. I partecipanti e gli ospiti continuano a discutere mentre si avviano verso l’uscita.